venerdì 21 giugno 2013

La "grande bellezza" del film di Sorrentino, tra Proust e Fellini

Jep Gambardella è un giornalista di fama, che si districa tra artisti e intellettuali di una vita mondana romana di innegabile fascino, ma vuota e priva di senso. Partecipa ogni sera a eventi e feste del "bel mondo", tornando a casa all'alba, percorrendo le vie di una Roma fatata. Il compimento dei suoi 65 anni segna un punto di svolta della sua vita. Una serie di vicende (tra le quali un amore destinato a finire tragicamente) lo porteranno a riflettere sul significato della sua esistenza, a rimettere in discussione i valori di una vita vana e intrisa di solitudine, ma anche a cogliere con uno spirito nuovo la "grande bellezza" che lo circonda.
"A Roma confluiscono tutti i peccati e tutti i vizi per esservi glorificati" scriveva Tacito nelle sue Storie, e in fondo, sembra volerci dire Sorrentino, i tempi non sono cambiati: Roma è ancora quell'immaginifico ricettacolo di perversioni e sottili decadenze, in grado di rapire e condurre verso la perdizione chiunque si avvicini alla sua pericolosa, grande bellezza. Ma l'Urbe è anche un enorme circo, dove tutto diventa farsa, ipocrisia, spettacolo, seppur costantemente cosparso di segnali di morte. Lo aveva già raccontato Flaiano, lo aveva già mostrato Fellini. E Sorrentino fa proprio il senso di fascinazione provinciale che corrompe chiunque arrivi per la prima volta nella città eterna e si trovi a fare i conti con la città interna. Così avanti con il racconto tragicomico di cardinali, santone ultracentenarie, scrittori in crisi, presunti artisti d'avanguardia senza verità, tristi bambine prodigio. Su questo sensuale e insensato carosello, Fellini aleggia come un fantasma, continuamente invocato, rievocato, citato, sempre presente, forse troppo. Ma, probabilmente, per chi vive di cinema come Sorrentino, raccontare Roma senza Fellini è impossibile. Inutile provarci: laddove vuoi descrivere la decadenza dell'Urbe devi fare i conti con la Dolce Vita, se devi mostrare preti, suore e cardinali, tanto vale riprenderli da Fellini's Roma; e il cardinale a cui chiedi il senso della vita e ti risponde parlandoti di ricette culinarie non è altro che l'edizione moderna di quello che, in Otto e mezzo, rispondeva a Mastroianni che, in fondo, non si viene al mondo per essere felici. Ma nel film di Sorrentino forse c'è anche qualcos'altro: c'è la malinconia del primo amore, il sentimento proustiano della vita che inesorabilmente trascorre verso la fine, l'incanto per il mistero dell'esistenza e per la sua "grande bellezza". Un'ambizione che è raro trovare nello stantio, statico, inutile cinema italiano degli intimismi e delle masturbazioni intellettuali. Sarà anche vero che dimenarsi in un groviglio così ampio di tematiche non è facile, e Sorrentino ogni tanto perde il filo. Sarà anche vero che l'autore non si stanca, per quasi tre ore, di buttare carne al fuoco. Ma ce ne fossero ogni mese di film come questo, capaci di farti uscire dal cinema spaesato, incerto, ma con i ricordi di un Toni Servillo immenso, di una macchina da presa mai ferma e mai stanca, di un'alba a Roma e della sua indicibile "grande bellezza".


giovedì 20 giugno 2013

Quai des Brumes

"Rue de Seine: le dieci e mezza
di sera
là, sull'angolo, c'è un uomo
che barcolla... è un giovane
ha un cappello
un impermeabile
una donna lo scuote...
lo scuote
gli parla
lui scuote la testa
con quel cappello tutto storto
mentre il cappello di lei sta per cadere indietro...
certo sono ben pallidi tutti e due
e l'uomo ha una gran voglia di scappare..."
(Rue de Seine, J. Prévert)

Jean Gabin e Michèle Morgan, Le Quai des brumes, di Marcel Carné, 1938

http://www.youtube.com/watch?v=0zDaNh8CSKg


mercoledì 17 aprile 2013

TORINO: PRIMA CAPITALE D'ITALIA, PRIMA CAPITALE DEL CINEMA

Il cinema italiano nasce a Torino. È il 7 novembre del 1896, quando, in una sala appositamente attrezzata presso l’ex Ospizio di Carità in via Po 33, vengono proiettati alcuni film dei fratelli Lumière, portati direttamente dalla Francia da Vittorio Calcina, rappresentante in Italia della società Auguste Lumière et ses fils. L’ingresso costa 50 centesimi. Il cinema è nato neanche un anno prima, il 28 dicembre 1895, in una fredda serata invernale parigina, al numero 14 del Boulevard de Capucines.
La vicinanza con la Francia favorisce l’arrivo, nella grande città subalpina, delle nuove tecniche di riproduzione di immagini in movimento: già alla fine dell’Ottocento, si effettuano sperimentazioni a Torino su macchine innovative come il kinefotografo, il cinetoscopio, il cinetografo di Edison.
Il “cinematografo” giunge nel capoluogo piemontese con relativo ritardo rispetto ad altre grandi città italiane (Roma, Milano, Napoli), ma diventa subito oggetto di grande interesse da parte dei torinesi e si inizia a pensare immediatamente ad uno sfruttamento commerciale del nuovo mezzo. Dopo la fase iniziale di curiosità e stupore per il fantasmagorico effetto dei fotogrammi in movimento, comincia a prospettarsi l'ipotesi di “fare cinema” in città, di avviare un’attività di produzione cinematografica in grado di competere con quella dei Lumière e di Charles Pathé (primo, vero produttore cinematografico della storia).
Il primo a comprendere appieno le potenzialità economiche del cinema è Arturo Ambrosio, il quale fonda la prima autentica società di produzione cinematografica italiana. È l’inizio di un sodalizio per anni ininterrotto tra Torino e il cinema. Nascono ben presto numerose case cinematografiche, in diretta concorrenza con la Società Anonima Ambrosio: l’Italia Film, l’Aquila film, la Pasquali e C.
Nei primi anni del Novecento, Torino è tra le capitali del cinema mondiale: nella città sabauda si producono i primi kolossal, come Gli ultimi giorni di Pompei (1913) di Enrico Vidali e il celebre Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone. Nascono i primi divi, come Mario Bonnard e Lydia Borelli, e i film prodotti nel capoluogo piemontese vengono esportati in tutto il mondo.

La proiezione di Cabiria un una foto d'epoca

A partire dagli anni Venti, Torino perde quel ruolo di promotrice delle nuove tendenze del campo del cinema e dello spettacolo. La crisi generale del cinema italiano spinge il Fascismo a spostare il centro dell’industria filmica a Roma, dove dal 1937 sono attivi gli studi di Cinecittà.
Ma il legame viscerale tra Torino e il cinema non si esaurisce: la città piemontese continua ad essere il set di numerose pellicole di successo, come l’indimenticabile Addio giovinezza (1940) di Ferdinando Poggioli, splendido ritratto della Torino studentesca degli inizi del secolo scorso. Il Neorealismo scanserà Torino, prediligendo altre realtà, afflitte da quelle tematiche sociali tanto care al genere (Roma, Napoli, la Sicilia): unica parentesi piemontese, quel Riso Amaro (1949) che lancerà la Mangano e Gassman, ambientato nelle campagne vercellesi.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, Roma è ormai la capitale indiscussa del cinema, ma Torino rimane comunque un set ambito e richiesto per molte produzioni, anche internazionali: nel 1956, tra il capoluogo piemontese, Pinerolo e la Val di Susa, viene girato il kolossal Guerra e pace di King Vidor, con un cast stellare che consta, tra gli altri, Audrey Hepburn ed Henry Fonda.

Guerra e pace di King Vidor

La storica capitale sabauda, in quegli anni, diventa uno dei grandi centri industriali del Paese, polo catalizzatore di forza lavoro proveniente da tutta Italia. Il cinema registra questo importante cambiamento e affronta, con sguardo sovente allarmato, il tema dell’immigrazione e i conflitti sociali che esplodono nella grande città capitale dell’automobile. La realtà operaia e industriale del capoluogo piemontese è raccontata nel capolavoro I compagni (1963) di Mario Monicelli, dove la Torino di fine Ottocento, con i primi scioperi e le battaglie socialiste, diventa specchio e metafora della città contemporanea.
Negli anni Settanta, il ruolo di Torino nella storia del cinema sembra ormai essersi esaurito, la città non è più sede della grande produzione e viene usata sempre più sporadicamente come cornice di ambientazione. A rilanciare l’immagine della metropoli subalpina è Dario Argento, che nel 1975 gira Profondo Rosso, film destinato a divenire oggetto di culto per un’intera generazione. Argento sceglie di ambientare le visioni e gli incubi del suo horror più famoso tra le ville liberty della collina (Villa Scott in primis), piazza CLN e altri importanti (e inquietanti) luoghi di Torino, imprimendo nell’immaginario collettivo lo stereotipo della città esoterica per eccellenza.
Negli anni Ottanta, con la diffusione delle nuove tecnologie video, a Torino si assiste a una vera e propria esplosione di nuove produzioni. Se il cinema italiano ufficiale versa in quegli anni in una grave crisi produttiva e creativa, le migliori energie si riversano nel cinema indipendente: i film-makers piemontesi si distinguono per la capacità di sperimentare forme nuove di espressione attraverso il linguaggio dell’audiovisivo.

Profondo Rosso di Dario Argento: la celebre scena in piazza CLN

Un evento decisivo per la vita culturale della città è la nascita, nel 1982, su iniziativa di Fiorenzo Alfieri (assessore alla Gioventù del Comune di Torino), Gianni Rondolino e Ansano Giannarelli, del Festival Internazionale Cinema Giovani, che diventa un punto di riferimento per la cinematografia indipendente nazionale e non solo. Ben presto la kermesse torinese, primo festival metropolitano in ambito italiano, acquisisce sempre più prestigio sul piano internazionale: gli organizzatori che si succedono nel corso degli anni procedono dunque ad una lenta ma sostanziale modifica dell’impostazione iniziale della manifestazione, nel tentativo di adeguare quest'ultima al ruolo di rilievo che essa va via via assumendo tra i grandi festival del cinema, come Cannes, Venezia, Berlino. Nel 1997, la rassegna cambia nome: nasce il Torino Film Festival, che ancora oggi attrae, nel periodo autunnale, appassionati di cinema da tutto il mondo.
Negli ultimi anni, Torino ha riconquistato il suo rapporto di amore e attrazione reciproca nei confronti della grande “fabbrica dei sogni”: l’industria delle immagini in movimento è tornata a realizzare pellicole nella prima capitale del cinema italiano. Già a partire dai primi anni ’90 e per tutto il primo decennio del secolo appena entrato, si assiste a una profusione di film girati a Torino e in Piemonte, da La seconda volta (1995) di Mimmo Calopestri a Il Partigiano Johnny (2000) di Guido Chiesa, fino al capolavoro di Gianni Amelio Così ridevano (leone d’oro a Venezia nel 1998) e al memorabile La Meglio Gioventù (2003) di Marco Tullio Giordana.

Gianni Amelio sul set di Così' Ridevano

La scommessa che la città ha giocato per rilanciare il suo ruolo nel cinema italiano ha prodotto grandi risultati. Il comune di Torino e la Regione Piemonte hanno elaborato una strategia integrata e di lungo respiro che ha portato alla costituzione di una Film Commission, divenuta punto di riferimento per tutti i film- makers italiani e che funge da struttura di servizio e promozione delle attività cinematografiche. Chiunque venga a girare un film nel capoluogo piemontese trova a sua disposizione, a titolo sovente gratuito, uffici di produzione, assistenza nella ricerca di locations e numerose agevolazioni relative all’utilizzazione degli spazi pubblici, alla concessione di permessi, etc.. È dunque facile, camminando per le strade di questa splendida città, imbattersi nelle riprese di film, documentari, spot televisivi.
Ma Torino non punta solo al futuro: essa conserva la memoria del cinema. Per il turista che giunge per la prima volta nella storica città sabauda, imprescindibile è la visita al Museo Nazionale del Cinema, il più antico ed importante d’Italia, allestito presso la Mole Antonelliana. Una vera sorpresa per il visitatore, che attraverso gli oggetti esposti e le immagini proiettate viene condotto per mano in un’altra dimensione, lontana nel tempo, quando Torino era la Hollywood sul Po.

Pubblicato in: Spazio 110, n.2, anno I, febbraio 2013, p. 8- 9.

Una veduta interna del Museo Nazionale del Cinema di Torino

martedì 9 aprile 2013

La lezione dei nonni tatuati

Ho il piacere di pubblicare, tra le pagine del blog, un contributo di una cara amica ed esperta di cinema, Irene Candido, che ci propone un confronto tra due pellicole di rilievo del panorama cinematografico italiano, "Gomorra" di Matteo Garrone e il recentissimo "Educazione siberiana" di Gabriele Salvatores. Vi invito a leggere con attenzione le interessantissime riflessioni dell'autrice e spero che il blog possa aprirsi sempre di più alla collaborazione di amici, appassionati ed esperti che  abbiamo voglia di impreziosire queste pagine. Buona lettura!


La lezione dei nonni tatuati

Educazione Siberiana e Gomorra

“Beata vergine Maria, madre di Dio, piena di grazia, ascolta le parole del tuo umile servo.
 Perdona noi onesti criminali per i peccati che siamo costretti a commettere.
Aiutaci a combattere i politici burocrati assetati di potere e i loro tirapiedi, gli sbirri e i soldati e tutti gli altri diavoli in divisa.
O santa madre del santissimo Dio benedici le nostre armi, tempra i nostri coltelli, indirizza i nostri proiettili e consacra noi così che la nostra ira possa diventare la tua.”

Una preghiera come questa suona quasi agghiacciante nelle orecchie di noi “occidentali”. Non ha nulla di stravagante invece per un bambino cresciuto con un’ “educazione siberiana”. Un bambino come Kolima, il protagonista di Educazione Siberiana di Gabriele Salvatores . Nato in un villaggio della Transnistria, in Moldavia dell’Est, Kolima viene cresciuto da nonno Kuzya secondo la rigida disciplina degli Urka, una comunità di criminali deportata da Stalin dalla Siberia.
Allo spettatore viene concessa la possibilità di spiare dall’interno i complicati meccanismi di questo sistema sociale e di cercare di capirli. In via del tutto eccezionale si può sedere nel banco a fianco  a Kolima e Gagarin e ascoltare le lezioni, le favole, le storie vere di nonno Kuzya. Penetrare i segreti di una criminalità organizzata.
Altra criminalità organizzata che può venire in mente allo spettatore italiano di questo film, con la quale si trova indotto a fare il paragone, è la mafia. Altro film che racconta dall’interno un universo malavitoso, è Gomorra di Matteo Garrone. Entrambi tratti da best sellers (Educazione Siberiana di Nicolai Lilin e Gomorra di Roberto Saviano), entrambi tentativi di replicare il successo editoriale con quello cinematografico e di estendere la divulgazione di storie che non dovevano essere raccontate fino in fondo dai narratori originali. Conosciamo tutti infatti gli esiti dell’“aver parlato” di Saviano da una parte; dall’altra Nicolai Lilin in un’intervista racconta di come la madre per prima lo accusasse di “aver detto troppo”. Questi possono essere tuttavia i rischi che corrono i romanzieri di ultima generazione, le cui fiction sono sempre di più intrise di realtà, di cronaca.
Testimoni di mondi segreti ai più, i due narratori/autori riportano ciò che hanno visto rivestendolo  con un velo sottile di invenzione. Mondi segreti con alcune analogie, appunto. Mondi irregolari con origini forse molto simili.
Come la mafia infatti può essere fatta risalire al brigantaggio del mezzogiorno, abbandonato a se stesso subito dopo l’unità d’Italia, così gli Urka sono diretti discendenti degli Efei, briganti siberiani di epoca pre-cristiana. Spesso questo tipo di criminalità nasce dalla miseria e dalla disperazione, da una volontà di ribellione a uno Stato non solo distante, ma ostile. Sono tentativi di ristabilire la giustizia in un mondo di ingiustizie, la cui causa arriva dall’alto. Nascono appunto dall’ “ira” nei confronti delle istituzioni incarnate da “diavoli in divisa”, un’ira che per essere legittimata si ricopre di sacralità. “Rubare ai ricchi per dare ai poveri”, per riequilibrare le diseguaglianze, è l’obiettivo degli Urka anziani come poteva esserlo per un mafioso “mitico” come Salvatore Giuliano, all’epoca visto nel suo paese quasi come un eroe, un Robin Hood.
Da Gomorra come da Educazione Siberiana possiamo ricavare una morale: in entrambi i film vediamo che chi non rispetta i codici, le regole della comunità, viene schiacciato. Nel primo infatti due ragazzi (Marco e Ciro) che tentano la strada apparentemente più facile per arricchirsi più velocemente, che decidono di “mettersi in proprio”, che non rispettano l’autorità dei capi clan, vengono eliminati. Nel secondo, Gagarin ricopre lo stesso ruolo: il traditore che viene infine punito. Proprio come il lupo della favola di nonno Kuzya, mettendo davanti l’interesse personale (sfamarsi, diventare ricco) a quello della comunità, volendo troppo (“folle volere troppo… un uomo non può possedere più di quello che il suo cuore può amare”), perde la dignità e la vita. Perché "la fame viene e scompare, ma la dignità, una volta persa, non torna mai più". E in opposizione a queste figure, in entrambi i casi vengono presentati esempi di buona condotta. L’obbedienza paga a in Transnistria come a Scampìa: tanto è vero che Totò e Kolima si salvano inserendosi nelle due comunità e rispettandone le tradizioni.
Tuttavia Educazione Siberiana, rispetto a Gomorra, custodisce un vero e proprio carattere fiabesco; un po’ per l’elemento esotico che restituisce allo spettatore, un po’ perché le tradizioni degli anziani Urka sono ormai estinte e il loro racconto arriva a noi quasi come una leggenda. La vera criminalità Urka e i valori ad essa associati sono infatti morti insieme agli ultimi detentori delle tradizioni. La mafia, per contro, si è evoluta e le regole non scritte simili alle siberiane da “criminali onesti” (“non uccidere bambini, non trattare e vendere droga, non assumerne”) per ottenere il consenso della comunità, sono scomparse.
In definitiva educazione giusta o sbagliata quella impartita da nonno Kuzya? Educazione siberiana, semplicemente. Un’educazione relativa a quel mondo, che funziona in quel mondo, dove le favole dei lupi hanno effettivi riscontri nella realtà di quel luogo. E in un luogo climaticamente e socialmente ostile forse è impensabile lottare con la vita senza imparare ad avere un contatto diretto e continuo con la morte, come insegna il sacerdote-maestro di tatuaggio:
"Le vite degli uomini possono sembrare tutte simili, si nasce, ci s'innamora, si fanno figli, si lavora e poi si muore. Alcuni uomini la vita se la godono, altri la tollerano. Ma noi siberiani, Kolima, noi la vita la combattiamo. I nostri tatuaggi sono le nostre ferite, sono i trofei che abbiamo vinto lottando".

Irene Candido


Una sequenza di "Educazione siberiana"


Locandina del film di Gabriele Salvatores

Una celebre sequenza di "Gomorra" di Matteo Garrone

Ciro Petrone, interprete di "Gomorra" di Matteo Garrone





mercoledì 3 aprile 2013

"Il lato positivo - Silver Linings Playbook" di David O. Russell: il "tocco" di Lubitsch e di Wilder rivive in una commedia autentica e per nulla banale, destinata a diventare un piccolo "classico"

Pat (Bradley Cooper) è un giovane di Philadelphia, appena uscito dall’ospedale psichiatrico e deciso a riconquistare la propria vita e, soprattutto, la moglie, Nikki, che non può tuttavia rivedere a causa di un divieto di avvicinamento imposto dal tribunale. Vive dunque in casa con i genitori: la madre (Jacki Weaver), benevola e affettuosa, fa di tutto perché il figlio possa tornare un giorno ad una esistenza normale; il padre (Robert De Niro), tifoso sfegatato di una squadra di football, ha perso il lavoro e si dedica alle scommesse. 
Un giorno, ad una cena a casa di amici, Pat incontra Tiffany (Jennifer Lawrence), una giovane vedova tormentata e instabile, in balia degli psicofarmaci e con un passato da ninfomane. Tra Pat e Tiffany si instaura ben presto una complicata amicizia: Pat chiede alla ragazza di intercedere presso la moglie perduta, mentre Tiffany pretende che il nuovo amico la accompagni, come partner, ad un concorso di ballo.
Si tratta, di certo, della commedia americana più interessante della stagione, in perfetto equilibrio tra comicità, romanticismo e dramma. Si avverte, nel film di David O. Russel, una delicatezza, una sensibilità per le atmosfere intimistiche (la storia si evolve principalmente in interni, nelle case dei protagonisti, o nel breve tratto di strada che separa le abitazioni di Pat e Tiffany) e un amore per i personaggi davvero rari nel cinema hollywoodiano di oggi, e che conferiscono alla pellicola una dignità quasi “classica”, un “tocco” alla Lubitsch o alla Billy Wilder. Ottimi gli attori: De Niro a suo agio e autoironico come non mai, Cooper malinconico e intenso. Ma la “regina” è Jennifer Lawrence, premiata con l'Oscar: splendida.



Ken Park (2002) di Larry Clark: agghiacciante viaggio nel lato oscuro del "sogno americano"

Ho visto per la prima volta, ieri sera, un film del 2002 di cui avevo sentito molto parlare: Ken park di Larry Clark. Il film fu presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, circondato da un alone di scandalo, ed è stato bersaglio della censura in molti paesi del mondo. La pellicola comincia con un ragazzo che, sulle note di una vivace canzone rock, si muove in skate per le strade di un sobborgo di Los Angeles, sprizzando gioia e vitalità ad ogni gesto ed espressione. Un inizio ironico, che ricorda quello di tanti film per teen-agers prodotti in America e ambientati in college dove regnano l’anarchia, la festa e il sesso occasionale, stile American Pie, per intenderci. Ma il film di Clark spiazza immediatamente. Poggiato lo skate per terra, il giovane estrae una pistola e si spara un colpo alla tempia. Perché Ken Park (il film prende il nome proprio dallo studente suicida che apre il racconto) non è uno spettacolo, non mira a divertire lo spettatore, è un’opera carica di dolore e di morte. Dopo lo scioccante incipit, il film procede indagando sulle vicende degli amici di Ken e sulle loro misere esistenze tra adulti violenti, cinici, perversi o, a volte, semplicemente ridicoli. 
Shawn marina la scuola per avere rapporti sessuali con la madre della propria fidanzata. Peaches è schiava di un padre ossessionato dalla religione, che vede nella sensualità della figlia un nemico da abbattere. Claude deve confrontarsi quotidianamente con un padre violento e alcolista, che una notte cerca di violentarlo. Tate vive con due nonni che sembrano usciti dalle pubblicità televisive e pratica una sorta di onanismo estremo; alla fine dell’ episodio, ucciderà i due anziani, in un raptus di follia. 
Stanchi dello squallore delle loro vite, Peaches, Shawn e Claude si abbandoneranno in un amplesso liberatorio. Claude, infine, svelerà l’arcano del suicidio di Ken: il ragazzo aveva messo in cinta la fidanzata, la quale, per difendere la decisione di tenere il bambino, aveva chiesto se rimpiangesse che sua madre non lo avesse abortito. Ken non risponde alla domanda e poco dopo si uccide. 
E’ il “vuoto di senso” che percorre tutto il film di Clark, che si configura come una dolorosa tragedia generazionale, popolata da adolescenti che non credono più a nulla, sbandati in un mondo che li rifiuta e di disprezza. Ancor più desolante è l'universo degli adulti, animato da frustrazioni, violenza e pedofilia. In tal senso, la scena di sesso finale assume un significato catartico e salvifico, diventa l’unica occasione dei tre giovani per esprimere il proprio insopprimibile bisogno di amore e di comprensione. In questo angosciante viaggio nell’“incubo americano”, Clark non si ferma di fronte a nulla, non si rifugia dietro ellissi e convenzioni narrative, ma sfida lo sguardo del pubblico benpensante, costellando il film di scene crude, insostenibili, e di immagine erotiche ai limiti del pornografico e dell’osceno. Ma se, come diceva Carmelo Bene, o-sceno vuol dire fuori dalla scena, è proprio il modo in cui il regista racconta questo altrove, questo lato oscuro che rende Ken Park indimenticabile. Ho ravvisato inoltre, nel film, echi profondi di un cinema che non c’è più: Pasolini, anzitutto, per l’attenzione ossessiva ai corpi e alle loro pulsioni; Bunuel e Jodorovsky, per la dimensione surreale, assurda, sottesa all’apparente realismo del film.
Mi sono tornate in mente anche altre opere cinematografiche che, come la pellicola di Larry Clark, indagano sui meandri più inquietanti della società americana attraverso la noiosa provincia e gli ordinati sobborghi delle metropoli: da La morte corre sul fiume di Charles Laughton a La rabbia giovane di Terrence Malick, fino al più recente Elephant di Gus Van Sant uscito un anno dopo Ken Park e vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes. Ma il linguaggio di Clark, la sua amarezza e la sua ironia rappresentano un unicum nel cinema americano.

In streaming al link: http://filmpertutti.tv/ken-park/







sabato 9 marzo 2013

Anna Karenina: Joe Wright vuole dare la "sua" versione del romanzo di Tolstoj. Tranquilli: niente di nuovo sotto il sole.

La tragica vicenda della nobildonna russa Anna (Keira Knightley), moglie di Karenin (Jude Law), alto funzionario dello Zar. In occasione di un viaggio in treno verso la residenza del fratello, la donna conosce l'affascinante Aleksej (Aaron Perry Johnson), e se ne innamora perdutamente. La loro passione sfiderà le convenzioni sociali e genererà una bambina. Impossibilitata a sposare Aleksej, Anna è costretta ad affidare la sua piccola a Karenin, perché venga riconosciuta e gli venga garantito un avvenire sereno e normale. Ma l’amor fou per Aleskej condurrà alla rovina e alla perdizione la giovane aristocratica che, spinta dalla disperazione, si getterà tra le rotaie di un treno in corsa.
Il capolavoro di Lev Tolstoj è stato oggetto più volte di attenzione da parte del cinema: le prime trasposizioni filmiche del romanzo russo per eccellenza risalgono addirittura agli albori della Settima Arte, se è vero che il primo film sulla sfortunata moglie di Karenin risale al 1911. Seguono vari altri adattamenti: nel 1915, per la regia di J. Gordon Edwards, nel 1948, regia di Julian Duvivier (quello della serie di Don Camillo) con Vivian Leigh nei panni della tragica eroina, fino al “recente” film di Bernard Rose, con Sophie Marceau. Ma per tutti Anna Karenina ha sempre conservato il volto della divina Greta Garbo, protagonista dell’edizione datata 1934 e diretta da Clarence Brown: fulgida e misteriosa, la “fata severa”, come la definì Fellini, incarna perfettamente il tormento e l’estasi del personaggio di Tolstoj, regalando un’interpretazione memorabile. Ed è proprio al classico degli anni Trenta che Joe Wright attinge a piene mani, con verve da cinefilo, per la sua versione postmoderna dell’immortale romanzo.
Il regista, già avvezzo al confronto con significative pagine di letteratura (Orgoglio e pregiudizio, Espiazione) sceglie questa volta la forma del “teatro nel cinema”, con il racconto che si dispiega tra quinte e scenografie volutamente “rivelate”. Lo stratagemma metateatrale e metacinematografico, condito con evidenti echi di Ophuls e Fellini, si risolve tuttavia in un freddo e manieristico esercizio di stile, che uccide il pathos della storia. Personalmente, mi sa che continuo a preferire il linguaggio classico, didascalico e illustrativo del film di Clarence Brown. E il fascino immortale della divina Garbo al limitato repertorio espressivo di Keira Knightley.

Keira Knightley e Aaron Johnson in Anna Karenina (2013)
di J. Wright