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lunedì 30 settembre 2013

"Sacro GRA" di Gianfranco Rosi

Riporto, qui di seguito, un interessante articolo della cara amica e cinefila Irene Candido, direttamente dalla rossa e turrita Bologna. La recensione che Irene fa del film trionfatore all'ultimo festival di Venezia è puntuale e arguta, densa di osservazioni rivelatorie. Ammetto, tuttavia, che concordo solo in parte con l'opinione della collaboratrice. "Sacro GRA" è, a mio parere, un'occasione mancata. L'abnorme buco della serratura sull'universo variegato della periferia romana è sì curioso e divertente, ma manca, a mio parere, di una motivazione sociale. La componente di denuncia si stempera nella tenerezza che il regista rivela per i suoi personaggi e i quadri di vita di borgata che Rosi propone allo spettatore non aggiungono nulla al racconto sulla periferia che da Pasolini in poi il cinema italiano ci ha offerto. Si tratta, ovviamente, della mia, modestissima, opinione. E le argomentazioni di Irene sono ugualmente forti e meritevoli di attenzione.  Buona lettura!


Un viaggio in circolo
Il sacro GRA, leone d’oro miglior film a Venezia

Il sacro GRA di Gianfranco Rosi non ha nulla a che vedere, sostanzialmente, con la leggendaria coppa da cui bevve Gesù durante l’ultima cena, ma, ironicamente, ne richiama il carattere mitico. GRA sta, infatti, per grande raccordo anulare, una strada che circonda ad anello Roma, una strada “sacra” ai romani per la sua funzionalità, ma allo stesso tempo una croce per il traffico che costantemente la domina. Rosi però non ci presenta il GRA dal punto di vista convenzionale del comune cittadino romano, costretto talvolta a percorre a tratti la tangenziale, ma dalla prospettiva di coloro che il raccordo lo vivono ogni giorno. I protagonisti sono personaggi assurdi, alienati, reietti, ai margini della società, ai margini della capitale, che abitano lungo il grande raccordo, ma che conservano tutti una certa dignità, che dimostrano un ingenuo eroismo quotidiano.
Come i cavalieri templari del mito del Graal, anche i personaggi di Rosi sono infatti coinvolti in una battaglia senza tregua, la lotta per la vita. Vediamo, ad esempio, una vecchia trans che difende con sarcasmo involontario il suo onore ed è disposta a ricorrere agli avvocati purchè la sua reputazione non venga infangata da false accuse di poliziotti; un nobile che se da una parte si riduce ad affittare il suo castello (dall’arredamento di gusto estremamente dubbio) ad un regista di fotoromanzi, dall’altra presenzia con tutta la famiglia, con tanto di mantello e coccarde, ad “incontri internazionali” tra nobili; un esperto botanico che combatte una vera e propria guerra contro un parassita delle palme; un pescatore di anguille che percorre avvolto dal buio i canali e decanta le qualità del clima italiano alla moglie ucraina; un paramedico sull’ambulanza che salva notte dopo notte vite umane, ma che non può fare nulla di fronte all’incalzante demenza senile della madre; o, ancora, la strana coppia di un eccentrico nobile piemontese decaduto e della figlia adolescente, costretti a una convivenza forzata in un monolocale, vicini di casa di un dj peruviano.
A fare loro da scenografia, da sfondo, come trait d’union, c’è proprio il GRA, ovvero le auto perennemente in coda. Rosi sembra aver costruito il documentario sull’antitesi. L’opposizione più evidente è, appunto, quella che si crea tra il mondo ordinario delle auto che viaggiano lungo il raccordo e quello assurdo, ai confini della realtà, dei protagonisti. Se, da una parte, le macchine rappresentano il presente, il futuro, dall’altra i personaggi, quasi tutti anziani, rappresentano il passato. Incapaci di accettare la realtà, l’evoluzione che ha compiuto il mondo che li circonda, il progresso, sembrano aggrapparsi tutti disperatamente a un’età mitica, a un universo ormai praticamente estinto. Di questo universo, rappresentato in un caso della nobiltà e in un altro dalla pesca di anguille, essi non sono che gli ultimi esemplari. Il loro universo è immobile, i personaggi sono immobili nei loro monolocali o castelli, e le loro vite scorrono lente, come potevano scorrere le vite dei nostri nonni. Le auto, invece, si muovono: sulla tangenziale sono solo di passaggio. A volte rapidamente, a volte lentamente, ma appaiono in ogni caso inafferrabili perché riprese sempre in lontananza, fuori fuoco o mascherate dalla neve.
In una scena, in particolare, l’inquadratura delle auto in fila sotto la neve è preceduta dall’immagine di un ossario, di file di croci tutte uguali fra loro sotto la stessa nevicata. Si tratta forse di una critica del regista a una società, sì in continuo movimento, ma più morta che viva, uccisa dalla spersonalizzazione del capitalismo, che riduce i singoli individui a semplici e asettiche auto identiche? Più che file di persone che vanno al lavoro o tornano a casa dal lavoro, quelle di Rosi sembrano file di automi. In un’altra occasione, in una stessa inquadratura le auto in corsa vengono accostate a un gregge di pecore che pascola ai bordi della strada. A un espediente molto simile aveva ricorso Charlie Chaplin in Tempi Moderni: a una folla che risaliva le scale di uscita da una metropolitana, succedeva immediatamente la ripresa di un gregge. L’effetto prodotto dal montaggio era proprio quello di paragone tra la massa senza testa della nuova società industriale e le pecore al pascolo che si lasciano condurre da un cane da pastore. Si potrebbe dedurre, dalle immagini di Rosi, che la società, nonostante il progresso, i decenni, non sia molto cambiata da questo punto di vista.
La vita vera, anche se da emarginati, sembra risiedere solo nelle case dei personaggi di Rosi, che portano avanti la loro guerra come cavalieri solitari. Più che degli Orlandi furiosi, i cavalieri del raccordo sono dei poetici Don Chisciotte. Lo dimostra, per esempio, la scena del pescatore di anguille che legge il giornale. Di fronte alla notizia di una futura introduzione nei canali di anguille importate dall’estero, che, secondo la sua opinione, farebbero estinguere la razza locale, egli rimane incredulo. Così esprime il suo sconcerto di fronte alla pagina, cercando l’appoggio di una vecchia signora che annoda le reti di fianco a lui. Ma egli è impotente davanti al mutismo crudele del giornale (un mutismo simile a quello dei mulini a vento di Cervantes) e se ne rende conto anche l’anziana che, pur non aprendo bocca, gli dà corda come un Sancio Panza, con uno sguardo rassegnato. Nulla si può fare contro la società della velocità e della superficialità, che viaggia senza arrestarsi verso non si sa quale direzione. Viaggia in cerchio forse, come le auto in coda del raccordo anulare.

Irene Candido




venerdì 21 giugno 2013

La "grande bellezza" del film di Sorrentino, tra Proust e Fellini

Jep Gambardella è un giornalista di fama, che si districa tra artisti e intellettuali di una vita mondana romana di innegabile fascino, ma vuota e priva di senso. Partecipa ogni sera a eventi e feste del "bel mondo", tornando a casa all'alba, percorrendo le vie di una Roma fatata. Il compimento dei suoi 65 anni segna un punto di svolta della sua vita. Una serie di vicende (tra le quali un amore destinato a finire tragicamente) lo porteranno a riflettere sul significato della sua esistenza, a rimettere in discussione i valori di una vita vana e intrisa di solitudine, ma anche a cogliere con uno spirito nuovo la "grande bellezza" che lo circonda.
"A Roma confluiscono tutti i peccati e tutti i vizi per esservi glorificati" scriveva Tacito nelle sue Storie, e in fondo, sembra volerci dire Sorrentino, i tempi non sono cambiati: Roma è ancora quell'immaginifico ricettacolo di perversioni e sottili decadenze, in grado di rapire e condurre verso la perdizione chiunque si avvicini alla sua pericolosa, grande bellezza. Ma l'Urbe è anche un enorme circo, dove tutto diventa farsa, ipocrisia, spettacolo, seppur costantemente cosparso di segnali di morte. Lo aveva già raccontato Flaiano, lo aveva già mostrato Fellini. E Sorrentino fa proprio il senso di fascinazione provinciale che corrompe chiunque arrivi per la prima volta nella città eterna e si trovi a fare i conti con la città interna. Così avanti con il racconto tragicomico di cardinali, santone ultracentenarie, scrittori in crisi, presunti artisti d'avanguardia senza verità, tristi bambine prodigio. Su questo sensuale e insensato carosello, Fellini aleggia come un fantasma, continuamente invocato, rievocato, citato, sempre presente, forse troppo. Ma, probabilmente, per chi vive di cinema come Sorrentino, raccontare Roma senza Fellini è impossibile. Inutile provarci: laddove vuoi descrivere la decadenza dell'Urbe devi fare i conti con la Dolce Vita, se devi mostrare preti, suore e cardinali, tanto vale riprenderli da Fellini's Roma; e il cardinale a cui chiedi il senso della vita e ti risponde parlandoti di ricette culinarie non è altro che l'edizione moderna di quello che, in Otto e mezzo, rispondeva a Mastroianni che, in fondo, non si viene al mondo per essere felici. Ma nel film di Sorrentino forse c'è anche qualcos'altro: c'è la malinconia del primo amore, il sentimento proustiano della vita che inesorabilmente trascorre verso la fine, l'incanto per il mistero dell'esistenza e per la sua "grande bellezza". Un'ambizione che è raro trovare nello stantio, statico, inutile cinema italiano degli intimismi e delle masturbazioni intellettuali. Sarà anche vero che dimenarsi in un groviglio così ampio di tematiche non è facile, e Sorrentino ogni tanto perde il filo. Sarà anche vero che l'autore non si stanca, per quasi tre ore, di buttare carne al fuoco. Ma ce ne fossero ogni mese di film come questo, capaci di farti uscire dal cinema spaesato, incerto, ma con i ricordi di un Toni Servillo immenso, di una macchina da presa mai ferma e mai stanca, di un'alba a Roma e della sua indicibile "grande bellezza".