Jep Gambardella è un giornalista di fama, che si districa tra artisti e intellettuali di una vita mondana romana di innegabile fascino, ma vuota e priva di senso. Partecipa ogni sera a eventi e feste del "bel mondo", tornando a casa all'alba, percorrendo le vie di una Roma fatata. Il compimento dei suoi 65 anni segna un punto di svolta della sua vita. Una serie di vicende (tra le quali un amore destinato a finire tragicamente) lo porteranno a riflettere sul significato della sua esistenza, a rimettere in discussione i valori di una vita vana e intrisa di solitudine, ma anche a cogliere con uno spirito nuovo la "grande bellezza" che lo circonda.
"A Roma confluiscono tutti i peccati e tutti i vizi per esservi glorificati" scriveva Tacito nelle sue Storie, e in fondo, sembra volerci dire Sorrentino, i tempi non sono cambiati: Roma è ancora quell'immaginifico ricettacolo di perversioni e sottili decadenze, in grado di rapire e condurre verso la perdizione chiunque si avvicini alla sua pericolosa, grande bellezza. Ma l'Urbe è anche un enorme circo, dove tutto diventa farsa, ipocrisia, spettacolo, seppur costantemente cosparso di segnali di morte. Lo aveva già raccontato Flaiano, lo aveva già mostrato Fellini. E Sorrentino fa proprio il senso di fascinazione provinciale che corrompe chiunque arrivi per la prima volta nella città eterna e si trovi a fare i conti con la città interna. Così avanti con il racconto tragicomico di cardinali, santone ultracentenarie, scrittori in crisi, presunti artisti d'avanguardia senza verità, tristi bambine prodigio. Su questo sensuale e insensato carosello, Fellini aleggia come un fantasma, continuamente invocato, rievocato, citato, sempre presente, forse troppo. Ma, probabilmente, per chi vive di cinema come Sorrentino, raccontare Roma senza Fellini è impossibile. Inutile provarci: laddove vuoi descrivere la decadenza dell'Urbe devi fare i conti con la Dolce Vita, se devi mostrare preti, suore e cardinali, tanto vale riprenderli da Fellini's Roma; e il cardinale a cui chiedi il senso della vita e ti risponde parlandoti di ricette culinarie non è altro che l'edizione moderna di quello che, in Otto e mezzo, rispondeva a Mastroianni che, in fondo, non si viene al mondo per essere felici. Ma nel film di Sorrentino forse c'è anche qualcos'altro: c'è la malinconia del primo amore, il sentimento proustiano della vita che inesorabilmente trascorre verso la fine, l'incanto per il mistero dell'esistenza e per la sua "grande bellezza". Un'ambizione che è raro trovare nello stantio, statico, inutile cinema italiano degli intimismi e delle masturbazioni intellettuali. Sarà anche vero che dimenarsi in un groviglio così ampio di tematiche non è facile, e Sorrentino ogni tanto perde il filo. Sarà anche vero che l'autore non si stanca, per quasi tre ore, di buttare carne al fuoco. Ma ce ne fossero ogni mese di film come questo, capaci di farti uscire dal cinema spaesato, incerto, ma con i ricordi di un Toni Servillo immenso, di una macchina da presa mai ferma e mai stanca, di un'alba a Roma e della sua indicibile "grande bellezza".
