martedì 27 agosto 2013

"Orizzonti di gloria" (1957), il capolavoro antimilitarista di Stanley Kubrick

"The boast of heraldry, the pomp of pow'r,
And all that beauty, all that wealth e'er gave,
Awaits alike th'inevitable hour.
The paths of glory lead but to the grave"
(Thomas Gray)

I sentieri di gloria del film di Kubrick sono quelli solcati sui brandelli di anima, sangue e carne che la guerra lascia sul suo cammino. Uscito nel 1957, ma proibito in Francia fino al 1975, il quarto lungometraggio del maestro newyorkese è il film che ne rivela il genio ed è anche l'opera che anticipa e compendia tutte le tematiche care al regista. L'assurdità della guerra è qui raccontata senza remore, con una ferocia antimilitarista rara nella storia del cinema, e con una crudezza di linguaggio e di immagine ancor oggi insuperata. Ma c'è qualcosa in più, nel film di Kubrick, che lo distingue e lo eleva al di sopra di qualsiasi altra pellicola di guerra. C'è, in particolare, la disamina crudele, desolante, delle dinamiche di classe, che per il regista sono il vero motore della strage. La guerra è, anzitutto, una pulsione autodistruttiva: la si combatte tra gente della stessa divisa, si alimenta delle schermaglie di casta tra ufficiali e semplici fanti, è logorante nelle parole, prima che nelle armi. Il nemico è solo menzionato, mai mostrato, perché a Kubrick non interessa raccontare lo scontro tra le nazioni, ma solo gli esiti violenti della follia e dell'ambizione umana. Nelle trincee francesi in cui si dispiega il racconto del film si muore, dunque, non più nel corpo al corpo con i tedeschi (irraggiungibili, per altro, e dunque assurti a effimera, metafisica controparte del fatto bellico), ma nelle corti marziali e davanti ai plotoni di esecuzione, tra soldati dall'uniforme del medesimo colore. La tragedia si consuma negli eleganti tribunali dove vengono allestiti processi fasulli e nei saloni da ballo dove danzano i generali, prima che nel fango e sul filo spinato dei campi di battaglia. Nell'amara elucubrazione che il film conduce sul lato oscuro dell'animo umano, dominano i personaggi più cinici e spietati del film: il generale Mireau, che organizza la disumana vendetta contro il proprio battaglione, dopo aver già tentato la strage durante l'attacco al "formicaio", ordinando al comandante dell'artiglieria di fare fuoco sulle proprie retrovie (un antesignano dell'indimenticabile generale Jack D. Ripper de "Il dottor Stranamore"), e il generale Broulard, che vede la guerra dall'alto della sua posizione privilegiata e lontana, e che contratta sul numero di soldati da fucilare come si trattasse di animali da mandare al macello. È nella definizione di questi due mefistofelici caratteri che il genio di Kubrick (e la sua proverbiale misantropia) tocca uno dei vertici drammatici della propria carriera. Di fronte ad essi, e alla durezza di un sistema di gerarchie, regole e convenzioni che appare invincibile e imperituro, la personale battaglia del colonnello Dax (un intenso Kirk Douglas) è destinata alla disperazione, e alla sconfitta. Il suo idealismo va incontro al fallimento annunciato, rimbalza contro i poteri costituiti, contro la burocrazia degli ordini, contro l'insensatezza delle stragi di stato giustificate dall'alibi del patriottismo, "l'ultimo rifugio delle canaglie". È un senso, quasi beckettiano, di assurdo, di grottesco, che domina, in questo amaro pamphlet pacifista. Assurdo è l'assalto al formicaio, vero suicidio di massa. Assurdo è il processo- farsa che viene imbastito dopo il fallito assalto. Grottesca, al limite con il ridicolo, l'esecuzione della condanna a morte dei tre soldati, con il milite Arnaud, gravemente ferito, legato al palo insieme alla barella dove è sdraiato, e svegliato a via di pizzicotti perché sia cosciente al momento della fucilazione. In questo mondo disumano, dove anche Dio sembra essere sparito (il prete che ipocritamente cerca di consolare i tre prigionieri è il primo ad annunciare la notizia della condanna), l'unica nota di umanissima pietas (peraltro rara nel cinema di Kubrick) si scorge soltanto alla fine, nel canto della ragazza tedesca all'osteria e nella commozione di tutti i soldati. Che diventano uomini, per la prima volta, al di là delle loro uniformi. Ma è una breve illusione.


sabato 17 agosto 2013

I settant'anni di Robert De Niro: auguri maestro!

"Datemi un'arena, perché il toro non si frena. Jake il toro si scatena. Perché oltre al pugilato sono attore raffinato. Questo è spettacolo". Così parlava Jake La Motta, ex pugile messo k.o. dalla vita, nel finale del più celebrato dei film di Scorsese, coronamento artistico di un allora trentasettenne attore newyorkese, destinato ad entrare nella leggenda. Il personaggio di La Motta in Toro Scatenato - un mix formidabile di tenerezza e violenza autodistruttiva- è soltanto uno dei tanti ruoli indimenticabili di cui il grande Robert De Niro, che oggi compie settant'anni, ci ha fatto dono, in oltre quattro decadi di cinema. Non c'è cinefilo, in tutto il pianeta, che non si sia guardato almeno una volta allo specchio come Travis, protagonista di Taxi Driver, e non abbia rivolto a se stesso la fatidica domanda: "You talkin' to me?". 
Né esiste appassionato della Settima Arte che non sia mai stato tentato, nel rincontrare un amico che non ha visto per anni, di sintetizzare il racconto della propria vita semplicemente dicendo che, in tutto quel tempo trascorso, non ha fatto altro che "andare a letto presto", come il Noodles di C'era una volta in America. 
E chi non ha mai imitato la gestualità e la voce di don Vito Corleone - per noi italiani quella, indimenticabile, di Ferruccio Amendola- nel pronunciare la celebre frase: "Gli farò un'offerta che non potrà rifiutare"? Chi non ha tremato nell'assistere alla terribile, estenuante sequenza della roulette roussa de Il cacciatore? E potremo andare avanti, rievocando le magnifiche emozioni che il grande attore ci ha regalato in capolavori come Novecento, New York New York, Gli intoccabili, Quei bravi ragazzi, Casino. 
Non mi soffermerò nell'esaltare le capacità interpretative di quello che, a ragione, è stato più volte considerato il più grande attore di tutti i tempi, né intendo esaminarne il metodo, le tecniche di introspezione, l'aderenza alla lezione di Strasberg, Stranislavski e dell'Actors Studio. In tanti hanno scritto relativamente a tali tematiche, e non è questo il luogo (le pagine senza pretese del blog di un appassionato) per approfondirle. Mi basta semplicemente ricordare l'impossibilità, per chi ama la Settima Arte, di fare a meno di amare i film di De Niro, senza il quale il cinema sarebbe stato più povero. Non mi resta pertanto che rivolgere un ideale augurio al grande maestro, e cento di questi film!


Robert De Niro, alias Travis Bickle, in Taxi Driver

lunedì 5 agosto 2013

I "film del secolo": la mia classifica

S. M. Eisenstein al montaggio

Quella che segue è una classifica dei film che, a mio parere, resteranno nella storia del cinema come i più belli di sempre. Si tratta di una lista del tutto personale, senza alcuna pretesa di oggettività né di esaustività, ma che ha il solo intento di condividere con i lettori il culto per certe pellicole che mi hanno profondamente segnato e di invitare alla riscoperta di autentici capolavori. 
Ecco a voi, dunque, alcuni film che, secondo la mia modestissima opinione, la Decima Musa, dall'alto del monte Elicona, ogni tanto rivede con piacere.

1) La grande illusione di Jean Renoir (1937)

Dispiace dover assegnare la medaglia d'oro ai francesi, ma in questo caso la scelta è decisamente giustificabile: il film di Renoir è un'opera immortale, dove la guerra diventa metafora della condizione umana, dove più che la contingenza dei fatti bellici quello che conta sono le relazioni interpersonali, analizzate dal regista con disperata lucidità, ma anche con profonda pietas. E in un mondo che sta crollando, Renoir regala un omaggio commovente ad una classe sociale (l'aristocrazia) ormai superata dalla storia. 



2) Roma città aperta di Roberto Rossellini (1945)

"La storia del cinema si divide in due ere: una prima e una dopo Roma città aperta", diceva Otto Preminger. Mai frase fu più esemplificativa di un cambiamento epocale: Rossellini riprende tutto il cinema precedente, e lo nega, o lo piega alle nuove esigenze storiche e culturali. Mai più scenari artefatti e fittizi: la macchina da presa scende per la strada, incontra il reale. E la Magnani che corre e muore, come Guernica, diventa simbolo della tragedia più grande del Novecento.



3) La febbre dell'oro (1928)- Tempi Moderni (1936) di Charlie Chaplin

La poesia di Chaplin, diceva Truffaut, è stata un'arma contro le tenebre del secolo breve. The gold rush ammanta le avventure del vagabondo di un valore epico. Il personaggio di Charlot diventa metafora imperitura dell'Uomo costretto a fare i conti con la propria solitudine, condizione drammaticamente esasperata in questo caso dal confronto con una natura ostile. 
Modern Times è il film del secolo, probabilmente: crudele tanto contro il capitalismo occidentale quanto contro lo stacanovismo sovietico, è un inno alla dignità dell'uomo contro lo strapotere alienante della macchina e dell'economia. Il finale, con la strada che si apre prospetticamente su un avvenire ignoto, è una inquietante e profetica metafora del Novecento.




4) Otto e mezzo (1963) - Amarcord (1973), di Federico Fellini

A pari merito, i due capolavori di Fellini si configurano come autentiche "pietre miliari" della cinematografia mondiale e costituiscono la massima espressione di quel mix unico di sogno e sortilegio che solo Fellini sapeva creare, forzando "l'immagine fotografica nella direzione che dal caricaturale porta al visionario" (Calvino). Otto e mezzo è un elogio della follia e dell'immaginazione al potere, Amarcord la personale recherche del regista. In entrambe le pellicole, la riflessione si fa talvolta "alta", a comprendere temi fuori dal tempo come la vita e la morte: ma la magia di Fellini alleggerisce tutto, e conduce lo spettatore in un universo aereo e surreale, fatto della "materia di cui sono fatti i sogni".



5) La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock (1958)

Basterebbe uno qualsiasi dei film di Hitchcock a "fare", da solo, la storia del cinema. Ma "Vertigo" è forse quello che più di ogni altro, ancora oggi, è in grado di ammaliare lo spettatore con l'inquietudine e il mistero che aleggiano costantemente sul racconto. Laddove il thriller si fa filosofia. 




6) Fanny e alexander di Igmar Bergman (1982)

L'ultimo film di un maestro e la summa di tutti i suoi temi: il rimpianto del tempo passato e del "posto delle fragole", la magia del teatro come illusione della vita, le dinamiche interpersonali negli interni borghesi. Il silenzio di Dio, qui, è già superato. Bergman non si interroga più, ha già capito tutto, e nel finale ce lo spiega: "Tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio non esistono, l'immaginazione fila e tesse nuovi disegni".




7) Ordet di Carl Theodor Dreyer (1955)

Il miracolo al cinema. Dreyer piega il mezzo cinematografico alle esigenze della elucubrazione più alta, quella sul dolore e la morte, e sull'esistenza di Dio. Il ritmo si fa lento, solenne; il montaggio tradizionale è annullato, per far posto a lunghissimi, interminabili piani sequenza. Il risultato è la metafisica al cinema. 



8) Viaggio in Italia di Roberto Rossellini (1954)

Lo ammetto: qui fanno capolino i gusti personali. Ma il film di Rossellini è davvero un unicum. Il maestro si confronta con tematiche altissime: la fragilità dell'uomo rispetto al correre tumultuoso della Storia e del Tempo, le ore che passano e ci vengono messe in conto, l'amore come unica soluzione all'incomunicabilità e alla solitudine. Lo stile è asciutto, ascetico, e rende visibile l'impalpabile. Un film a cui guarderanno in molti, a partire da alcuni giovani critici dei Cahiers du Cinema che da lì a poco cominceranno a prendere in mano la macchina da presa...




9) Jules e Jim di François Truffat (1962)
L'amore secondo Truffaut, agli albori della Nouvelle Vague. Un tourbillon commovente e intenso, animato da una colonna sonora indimenticabile, dalla bellezza di Jeanne Moreau e dalla musicalità della macchina da presa di Truffaut, che sembra librarsi in volo, tanto è libera. Il film più libero del mondo, forse.



10) Barry Lyndon di Stanley Kubrick (1975)

Era assolutamente imprescindibile inserire nella presente lista un film di Kubrick, tanti sono i capolavori che il maestro ci ha regalato. Ho scelto, dunque, "Barry Lyndon", anche in questo caso in base a una personalissima preferenza. Sarà che ogni volta che rivedo questo Settecento raccontato come nei quadri di Hogarth e Watteau mi vengono i brividi. Inoltre, se "fare cinema" significa scrivere o dipingere con la luce, ritengo che il caleidoscopio di virtuosismi visivi e luministici che questo capolavoro regala sia da annoverare tra le massime emozioni cinematografiche di ogni tempo.



11) Ran di Akira Kurosawa(1985)
Re Lear secondo Kurosawa, parabola sulla miseria delle ambizioni umane. L'epica al cinema, dove il racconto acquista dimensioni omeriche e la macchina da presa regala emozioni visive purissime, immaginifiche e affascinanti ancor oggi per l'uso formidabile del colore e dello spazio. 




12) M - Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang (1931)

Il primo film "parlato" di Lang è la summa di tutti i suoi temi: la brutalità della folla, la dualità dell'animo umano, la violenza che si nasconde nel profondo di ogni individuo. In un film dove alle suggestioni visive tipiche del cinema muto (Lang fu il maestro dell'espressionismo) si associa un uso innovativo e rivelatore del sonoro. Inquietante ancor oggi, resta la profetica e dolente testimonianza del clima di angoscia che si respirava in Germania negli anni di Weimar.




13) Nosferatu il vampiro di Friedrich Wilhelm Murnau (1922)

"L'orrore, l'orrore" avrebbe detto mezzo secolo dopo il Kurtz di Apocalypse Now. Qui l'orrore è in ogni sequenza, non mostrato ma lasciato intuire, respirare. Al di là degli indiscussi valori estetici del film caposaldo dell'espressionismo tedesco, resta la testimonianza amara e terrificante di un mondo sull'orlo del baratro: il "non spirato" di Murnau è infatti metafora dell'irruzione violenta di un elemento irrazionale nel solido tessuto della realtà borghese, una forza eversiva e spaventosa, che condensa tutte le inquietudini della Germania dopo la bruciante sconfitta del primo conflitto mondiale. Il nazismo è dietro l'angolo.




14) Viale del tramonto di Billy Wilder (1950)

Il cinema che riflette su se stesso, con amarezza e disincanto. Un senso di decadenza e di disfacimento aleggia sul capolavoro di Wilder, dove la rappresentazione scenica di un intero mondo in decomposizione si mischia, drammaticamente, alla realtà, con gli attori che interpretano sé stessi, confessando i propri fallimenti, le proprie miserie.




15)Il porto delle nebbie di Marcel Carné (1938)

La poesia di Prévert al cinema: lui porta un cappello e un impermeabile, come in Rue de Seine; lei gli dice embrasse moi. Attorno, le nebbie di La Havre, e un sottobosco di disperati e derelitti. "T'as des beaux yeux, tu sais?". Per me, la frase più romantica di sempre.




16)Ombre rosse di John Ford (1939)

L'equivalente americano dell'epica omerica o cavalleresca è, probabilmente, il western. E il film di John Ford ne rappresenta, certamente, il caposaldo. In Ombre rosse c'è tutto: John Wayne, la Monument Valley, il viaggio sulla diligenza, gli indiani cattivi. E l'eccezionalismo e il primato dei valori degli yankees, in un'America da poco rinata. 




17) La dolce vita di Federico Fellini (1959)

L'amaro apologo felliniano sulla decadenza di una società vuota e priva di riferimenti. Fellini e Flaiano in stato di grazia raccontano la città interna alla città eterna, tra paparazzi, starlettes e notti folli in via Veneto. Roma non è mai stata così bella al cinema. E neanche così crudele.




18) La passione di Giovanna d'arco di Carl Theodor Dreyer (1928)

Un poema del volto, dove il primo piano si fa mezzo espressivo assoluto. Per raccontare, appunto, l'Assoluto. Sui lineamenti sofferti di Renée Falconetti si proiettano la paura e l'ascesi, il suo viso si fa allucinata maschera di dolore, senza tempo. Il silenzio del cinema degli albori diventa urlo di angoscia, come nell'icona di Munch.




19) Ninotchka di Ernst Lubitsch (1939)

Garbo laughs per la prima volta, nel film assumibile a paradigma della commedia di ogni tempo, tanto perfetti sono il ritmo e lo stile. D'altronde, parliamo del Lubitsch touch, che rimane eterno, cristallizzato, nel limpido bianco e nero dell'epoca d'oro di Hollywood. 




20) Ladri di biciclette di Vittorio De Sica (1949)

"Rintracciare il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso nella piccola cronaca". 
E' l'universo poetico zavattiniano nell'esecuzione sobria e senza sbavature di De Sica, nella Roma del dopoguerra. Il film che ha conquistato il mondo, e ha commosso perfino Chaplin e René Clair. Resta nella memoria del nostro Paese, eterno e fuori dal tempo.