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lunedì 5 agosto 2013

I "film del secolo": la mia classifica

S. M. Eisenstein al montaggio

Quella che segue è una classifica dei film che, a mio parere, resteranno nella storia del cinema come i più belli di sempre. Si tratta di una lista del tutto personale, senza alcuna pretesa di oggettività né di esaustività, ma che ha il solo intento di condividere con i lettori il culto per certe pellicole che mi hanno profondamente segnato e di invitare alla riscoperta di autentici capolavori. 
Ecco a voi, dunque, alcuni film che, secondo la mia modestissima opinione, la Decima Musa, dall'alto del monte Elicona, ogni tanto rivede con piacere.

1) La grande illusione di Jean Renoir (1937)

Dispiace dover assegnare la medaglia d'oro ai francesi, ma in questo caso la scelta è decisamente giustificabile: il film di Renoir è un'opera immortale, dove la guerra diventa metafora della condizione umana, dove più che la contingenza dei fatti bellici quello che conta sono le relazioni interpersonali, analizzate dal regista con disperata lucidità, ma anche con profonda pietas. E in un mondo che sta crollando, Renoir regala un omaggio commovente ad una classe sociale (l'aristocrazia) ormai superata dalla storia. 



2) Roma città aperta di Roberto Rossellini (1945)

"La storia del cinema si divide in due ere: una prima e una dopo Roma città aperta", diceva Otto Preminger. Mai frase fu più esemplificativa di un cambiamento epocale: Rossellini riprende tutto il cinema precedente, e lo nega, o lo piega alle nuove esigenze storiche e culturali. Mai più scenari artefatti e fittizi: la macchina da presa scende per la strada, incontra il reale. E la Magnani che corre e muore, come Guernica, diventa simbolo della tragedia più grande del Novecento.



3) La febbre dell'oro (1928)- Tempi Moderni (1936) di Charlie Chaplin

La poesia di Chaplin, diceva Truffaut, è stata un'arma contro le tenebre del secolo breve. The gold rush ammanta le avventure del vagabondo di un valore epico. Il personaggio di Charlot diventa metafora imperitura dell'Uomo costretto a fare i conti con la propria solitudine, condizione drammaticamente esasperata in questo caso dal confronto con una natura ostile. 
Modern Times è il film del secolo, probabilmente: crudele tanto contro il capitalismo occidentale quanto contro lo stacanovismo sovietico, è un inno alla dignità dell'uomo contro lo strapotere alienante della macchina e dell'economia. Il finale, con la strada che si apre prospetticamente su un avvenire ignoto, è una inquietante e profetica metafora del Novecento.




4) Otto e mezzo (1963) - Amarcord (1973), di Federico Fellini

A pari merito, i due capolavori di Fellini si configurano come autentiche "pietre miliari" della cinematografia mondiale e costituiscono la massima espressione di quel mix unico di sogno e sortilegio che solo Fellini sapeva creare, forzando "l'immagine fotografica nella direzione che dal caricaturale porta al visionario" (Calvino). Otto e mezzo è un elogio della follia e dell'immaginazione al potere, Amarcord la personale recherche del regista. In entrambe le pellicole, la riflessione si fa talvolta "alta", a comprendere temi fuori dal tempo come la vita e la morte: ma la magia di Fellini alleggerisce tutto, e conduce lo spettatore in un universo aereo e surreale, fatto della "materia di cui sono fatti i sogni".



5) La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock (1958)

Basterebbe uno qualsiasi dei film di Hitchcock a "fare", da solo, la storia del cinema. Ma "Vertigo" è forse quello che più di ogni altro, ancora oggi, è in grado di ammaliare lo spettatore con l'inquietudine e il mistero che aleggiano costantemente sul racconto. Laddove il thriller si fa filosofia. 




6) Fanny e alexander di Igmar Bergman (1982)

L'ultimo film di un maestro e la summa di tutti i suoi temi: il rimpianto del tempo passato e del "posto delle fragole", la magia del teatro come illusione della vita, le dinamiche interpersonali negli interni borghesi. Il silenzio di Dio, qui, è già superato. Bergman non si interroga più, ha già capito tutto, e nel finale ce lo spiega: "Tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio non esistono, l'immaginazione fila e tesse nuovi disegni".




7) Ordet di Carl Theodor Dreyer (1955)

Il miracolo al cinema. Dreyer piega il mezzo cinematografico alle esigenze della elucubrazione più alta, quella sul dolore e la morte, e sull'esistenza di Dio. Il ritmo si fa lento, solenne; il montaggio tradizionale è annullato, per far posto a lunghissimi, interminabili piani sequenza. Il risultato è la metafisica al cinema. 



8) Viaggio in Italia di Roberto Rossellini (1954)

Lo ammetto: qui fanno capolino i gusti personali. Ma il film di Rossellini è davvero un unicum. Il maestro si confronta con tematiche altissime: la fragilità dell'uomo rispetto al correre tumultuoso della Storia e del Tempo, le ore che passano e ci vengono messe in conto, l'amore come unica soluzione all'incomunicabilità e alla solitudine. Lo stile è asciutto, ascetico, e rende visibile l'impalpabile. Un film a cui guarderanno in molti, a partire da alcuni giovani critici dei Cahiers du Cinema che da lì a poco cominceranno a prendere in mano la macchina da presa...




9) Jules e Jim di François Truffat (1962)
L'amore secondo Truffaut, agli albori della Nouvelle Vague. Un tourbillon commovente e intenso, animato da una colonna sonora indimenticabile, dalla bellezza di Jeanne Moreau e dalla musicalità della macchina da presa di Truffaut, che sembra librarsi in volo, tanto è libera. Il film più libero del mondo, forse.



10) Barry Lyndon di Stanley Kubrick (1975)

Era assolutamente imprescindibile inserire nella presente lista un film di Kubrick, tanti sono i capolavori che il maestro ci ha regalato. Ho scelto, dunque, "Barry Lyndon", anche in questo caso in base a una personalissima preferenza. Sarà che ogni volta che rivedo questo Settecento raccontato come nei quadri di Hogarth e Watteau mi vengono i brividi. Inoltre, se "fare cinema" significa scrivere o dipingere con la luce, ritengo che il caleidoscopio di virtuosismi visivi e luministici che questo capolavoro regala sia da annoverare tra le massime emozioni cinematografiche di ogni tempo.



11) Ran di Akira Kurosawa(1985)
Re Lear secondo Kurosawa, parabola sulla miseria delle ambizioni umane. L'epica al cinema, dove il racconto acquista dimensioni omeriche e la macchina da presa regala emozioni visive purissime, immaginifiche e affascinanti ancor oggi per l'uso formidabile del colore e dello spazio. 




12) M - Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang (1931)

Il primo film "parlato" di Lang è la summa di tutti i suoi temi: la brutalità della folla, la dualità dell'animo umano, la violenza che si nasconde nel profondo di ogni individuo. In un film dove alle suggestioni visive tipiche del cinema muto (Lang fu il maestro dell'espressionismo) si associa un uso innovativo e rivelatore del sonoro. Inquietante ancor oggi, resta la profetica e dolente testimonianza del clima di angoscia che si respirava in Germania negli anni di Weimar.




13) Nosferatu il vampiro di Friedrich Wilhelm Murnau (1922)

"L'orrore, l'orrore" avrebbe detto mezzo secolo dopo il Kurtz di Apocalypse Now. Qui l'orrore è in ogni sequenza, non mostrato ma lasciato intuire, respirare. Al di là degli indiscussi valori estetici del film caposaldo dell'espressionismo tedesco, resta la testimonianza amara e terrificante di un mondo sull'orlo del baratro: il "non spirato" di Murnau è infatti metafora dell'irruzione violenta di un elemento irrazionale nel solido tessuto della realtà borghese, una forza eversiva e spaventosa, che condensa tutte le inquietudini della Germania dopo la bruciante sconfitta del primo conflitto mondiale. Il nazismo è dietro l'angolo.




14) Viale del tramonto di Billy Wilder (1950)

Il cinema che riflette su se stesso, con amarezza e disincanto. Un senso di decadenza e di disfacimento aleggia sul capolavoro di Wilder, dove la rappresentazione scenica di un intero mondo in decomposizione si mischia, drammaticamente, alla realtà, con gli attori che interpretano sé stessi, confessando i propri fallimenti, le proprie miserie.




15)Il porto delle nebbie di Marcel Carné (1938)

La poesia di Prévert al cinema: lui porta un cappello e un impermeabile, come in Rue de Seine; lei gli dice embrasse moi. Attorno, le nebbie di La Havre, e un sottobosco di disperati e derelitti. "T'as des beaux yeux, tu sais?". Per me, la frase più romantica di sempre.




16)Ombre rosse di John Ford (1939)

L'equivalente americano dell'epica omerica o cavalleresca è, probabilmente, il western. E il film di John Ford ne rappresenta, certamente, il caposaldo. In Ombre rosse c'è tutto: John Wayne, la Monument Valley, il viaggio sulla diligenza, gli indiani cattivi. E l'eccezionalismo e il primato dei valori degli yankees, in un'America da poco rinata. 




17) La dolce vita di Federico Fellini (1959)

L'amaro apologo felliniano sulla decadenza di una società vuota e priva di riferimenti. Fellini e Flaiano in stato di grazia raccontano la città interna alla città eterna, tra paparazzi, starlettes e notti folli in via Veneto. Roma non è mai stata così bella al cinema. E neanche così crudele.




18) La passione di Giovanna d'arco di Carl Theodor Dreyer (1928)

Un poema del volto, dove il primo piano si fa mezzo espressivo assoluto. Per raccontare, appunto, l'Assoluto. Sui lineamenti sofferti di Renée Falconetti si proiettano la paura e l'ascesi, il suo viso si fa allucinata maschera di dolore, senza tempo. Il silenzio del cinema degli albori diventa urlo di angoscia, come nell'icona di Munch.




19) Ninotchka di Ernst Lubitsch (1939)

Garbo laughs per la prima volta, nel film assumibile a paradigma della commedia di ogni tempo, tanto perfetti sono il ritmo e lo stile. D'altronde, parliamo del Lubitsch touch, che rimane eterno, cristallizzato, nel limpido bianco e nero dell'epoca d'oro di Hollywood. 




20) Ladri di biciclette di Vittorio De Sica (1949)

"Rintracciare il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso nella piccola cronaca". 
E' l'universo poetico zavattiniano nell'esecuzione sobria e senza sbavature di De Sica, nella Roma del dopoguerra. Il film che ha conquistato il mondo, e ha commosso perfino Chaplin e René Clair. Resta nella memoria del nostro Paese, eterno e fuori dal tempo.



martedì 15 gennaio 2013

Il cinema "sperimentale" di Roberto Rossellini

Nel 1953, sessant'anni fa, usciva "Viaggio in Italia". Può sembrare un anniversario inutile, poco significativo, ma per la storia del cinema non è così. Pochi registi hanno influenzato così tanto la cinematografia del secondo Novecento come Roberto Rossellini, pochi hanno inciso così profondamente sull'evoluzione della forma, del linguaggio e del pensiero connessi al mezzo cinematografico.
Non è un caso che un autore importante come Otto Preminger ebbe a dire, a proposito di "Roma Città Aperta", che la storia del cinema si poteva dividere in due epoche, una antecedente e una successiva alla pellicola capostipite del Neorealismo.
Nel 1945 quel film poverissimo, girato in condizioni precarie, con pellicola scaduta, in una Roma da poco liberata dai tedeschi, aveva cambiato tutto. La macchina da presa usciva dai teatri di posa, incontrava per la prima volta la realtà, scendeva per la strada, si muoveva tra le macerie di un paese sconfitto; il cinema, da fabbrica dei sogni, diventava strumento per raccontare l'uomo nella società, per registrarne le contraddizioni, i problemi, le miserie.
Nasceva il Neorealismo, e Rossellini iniziò a far scuola; ma già al maestro romano cominciava a stare stretta, l'etichetta di "maestro del cinema neorealista". De Sica, Zavattini, Visconti, De Santis e gli altri si calavano nella società con uno slancio ottimistico di impegno civile che si rifletteva inevitabilmente nei loro racconti sociali, dove l'emarginato, il vinto, lo sconfitto può comunque aspirare ad un riscatto, ad un ruolo nella lotta del proletariato; Rossellini, dal canto suo, non concede speranze, il suo mondo è quello della guerra: "Paisà" non è un film "impegnato", è una tragedia, lo sguardo del regista si proietta ancora verso il caos bellico, non lascia presagire speranze per l'uomo (si pensi al finale, drammatico, con i partigiani gettati a mare dai tedeschi).
In "Germania Anno Zero", il pessimismo del regista si fa cosmico, universale, ed allo stesso tempo si identifica con un dolore personale (Rossellini aveva appena perduto il figlioletto, Bruno): nella Germania distrutta dai bombardamenti, la guerra non è finita, l'ideologia nazista continua a serpeggiare e a mietere vittime come un veleno, la tragedia si fa totale, con i figli che uccidono i padri. "Questo film non è uno spettacolo, non ci si diverte", ebbe a dire il maestro.
Germania anno zero
Ma Rossellini non si accontenta della realtà sociale, la macchina da presa può anche diventare veicolo per uno slancio mistico, per riflettere su temi alti e fuori dal tempo, la vita, la morte, la religione: in "Stromboli" l'atmosfera è diversa, il rigore formale e il realismo, mutuati dall'esperienza neorealista, sono al servizio di tematiche nuove, il conflitto tra culture e le costrizioni della società. Il finale, con la Bergman che invoca Dio, annuncia già la fase successiva della carriera del regista, tutta volta a indagare la dimensione spirituale dell'uomo: in "Francesco Giullare di Dio", lo stile si fa ancora più asciutto, essenziale, quasi fino all'ascesi. È un cinema "senza orpelli", quello di Rossellini, come quello che avrebbe fatto Bresson, qualche anno dopo, come quello di Dreyer, o di Mizoguchi. Il san Francesco di Rossellini è più un anticonformista e un pazzo, che un santo; ma per Rossellini il confine tra santità e pazzia è labile, incerto. È questo un tema che ritorna anche in un altro capolavoro del maestro, "Europa '51", dove Ingrid Bergman è chiamata ad interpretare una donna che, per la sua pulsione di solidarietà verso il prossimo, viene rinchiusa in manicomio. Il personaggio di Irene è uno dei più controversi ed enigmatici della storia del cinema, e Rossellini ne indaga le sofferenze, il martirio, attraverso uno stile sempre più teso all'ascesi. La fase neorealista si è ormai conclusa, ed è proprio il grande Rossellini a veicolare il cinema italiano verso nuovi temi: proprio "Europa '51" sarà , infatti, tra i film al centro di un ampio dibattito, guidato da Guido Aristarco, sul passaggio dal Neorealismo, inteso come descrizione del reale, al "realismo", inteso come interpretazione critica di esso.
Francesco giullare di Dio


Stromboli. Terra di Dio
Veniamo al capolavoro del 1953: “Viaggio in Italia”. Alla base del film è un assunto che è già antonioniano: una coppia della middle class inglese si reca a Capri, per acquisire l’eredità di un parente. Appena giunti in Italia, i due si rendono conto di non conoscersi affatto, di non comunicare più. Decidono dunque di separarsi e cominciano ad intraprendere due itinerari diversi, due diversi percorsi nella realtà: lei si dedica alla visita dei luoghi cantati da un poeta con cui ha avuto una storia romantica, lui vive una serie di episodi inconcludenti (una noiosa cena a casa di amici, un incontro con una prostituta che termina senza alcuna “consumazione”). Frattempo, si rendono conto entrambi della precarietà dell’esistenza. La decisione di interrompere il proprio legame appare ormai irrevocabile, quando ad un tratto vengono coinvolti in una processione che si snoda lungo le strade di Pompei: la folla li allontana e li divide, i due si ricongiungono e si abbracciano, in un finale - culto omaggiato anche da Almodovar nel suo "Carne Tremula". Rossellini si confronta con la metafisica, rende visibile l’impalpabile, esprime mirabilmente il senso della storia e del trascorrere del tempo. Il film venne duramente recriminato dalla critica italiana, ma fu amato senza riserve dai giovani critici dei Cahiers du Cinema, dai vari Truffaut, Godard, Rohmer, e l’influenza di Rossellini fu fondamentale nel loro passaggio dietro la macchina da presa: che si possa ascrivere a Rossellini, dopo il Neorealismo, anche la nascita della Nouvelle Vague? 
Ma il regista romano non si ferma qui nella sua sperimentazione continua di forme, idee, linguaggi: nel 1965 passa alla televisione, alla quale egli pensa come un grande mezzo didattico, in grado di spiegare per immagini ciò che spesso noiosamente viene insegnato a scuola. Nasce così un grande progetto enciclopedico, costituito da una serie di film televisivi dedicati alla storia e alla geografia: la migliore realizzazione di questa fase della carriera del maestro rimane senza dubbio “La presa del potere da parte di Luigi XIV”, dove alla componente didascalica e alla perfetta ricostruzione storica si associa una profonda riflessione sulle dinamiche del potere e della politica, con uno sguardo pessimistico sulla storia degli uomini e delle nazioni.
Rossellini, insomma, ha inventato tutto: il suo cinema, sempre nuovo, mai uguale a sé stesso, anticipato stili, correnti, idee e ha influenzato tutti i registi della generazione successiva. I suoi film sono sovente dolorosi e amari, perché raccontano la vita e la condizione umana, senza concedere sconti allo spettatore. È vero, non sono “spettacoli”, e forse non ci si diverte: ma quanta verità in essi!

La presa del potere da parte di Luigi XIV

Locandina di viaggio in Italia