Non è un caso che un autore importante come Otto Preminger ebbe a dire, a proposito di "Roma Città
Aperta", che la storia del cinema si poteva dividere in due epoche, una
antecedente e una successiva alla pellicola capostipite del Neorealismo.
Nel 1945 quel film poverissimo,
girato in condizioni precarie, con pellicola scaduta, in una Roma da poco
liberata dai tedeschi, aveva cambiato tutto. La macchina da presa usciva dai
teatri di posa, incontrava per la prima volta la realtà, scendeva per la
strada, si muoveva tra le macerie di un paese sconfitto; il cinema, da fabbrica
dei sogni, diventava strumento per raccontare l'uomo nella società, per
registrarne le contraddizioni, i problemi, le miserie.
Nasceva il Neorealismo, e
Rossellini iniziò a far scuola; ma già al maestro romano cominciava a stare stretta, l'etichetta di "maestro del cinema neorealista". De Sica,
Zavattini, Visconti, De Santis e gli altri si calavano nella società con uno
slancio ottimistico di impegno civile che si rifletteva inevitabilmente nei loro
racconti sociali, dove l'emarginato, il vinto, lo sconfitto può comunque
aspirare ad un riscatto, ad un ruolo nella lotta del proletariato; Rossellini,
dal canto suo, non concede speranze, il suo mondo è quello della guerra:
"Paisà" non è un film "impegnato", è una tragedia, lo
sguardo del regista si proietta ancora verso il caos bellico, non lascia
presagire speranze per l'uomo (si pensi al finale, drammatico, con i partigiani
gettati a mare dai tedeschi).
In "Germania Anno
Zero", il pessimismo del regista si fa cosmico, universale, ed allo stesso
tempo si identifica con un dolore personale (Rossellini aveva appena perduto il
figlioletto, Bruno): nella Germania distrutta dai bombardamenti, la guerra non
è finita, l'ideologia nazista continua a serpeggiare e a mietere vittime come
un veleno, la tragedia si fa totale, con i figli che uccidono i padri.
"Questo film non è uno spettacolo, non ci si diverte", ebbe a dire il
maestro.
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| Germania anno zero |
Ma Rossellini non si accontenta
della realtà sociale, la macchina da presa può anche diventare veicolo per uno slancio
mistico, per riflettere su temi alti e fuori dal tempo, la vita, la morte, la
religione: in "Stromboli" l'atmosfera è diversa, il rigore formale e
il realismo, mutuati dall'esperienza neorealista, sono al servizio di tematiche
nuove, il conflitto tra culture e le costrizioni della società. Il finale, con
la Bergman che invoca Dio, annuncia già la fase successiva della carriera del
regista, tutta volta a indagare la dimensione spirituale dell'uomo: in
"Francesco Giullare di Dio", lo stile si fa ancora più asciutto,
essenziale, quasi fino all'ascesi. È un cinema "senza orpelli",
quello di Rossellini, come quello che avrebbe fatto Bresson, qualche anno dopo, come quello di Dreyer, o di Mizoguchi. Il san Francesco di Rossellini è più un anticonformista e un pazzo, che un
santo; ma per Rossellini il confine tra santità e pazzia è labile, incerto. È questo un tema che ritorna anche in un altro capolavoro del maestro,
"Europa '51", dove Ingrid Bergman è chiamata ad interpretare una donna
che, per la sua pulsione di solidarietà verso il prossimo, viene rinchiusa in manicomio. Il personaggio di Irene è uno dei più controversi ed enigmatici della storia del
cinema, e Rossellini ne indaga le sofferenze, il martirio, attraverso uno stile
sempre più teso all'ascesi. La fase neorealista si è ormai conclusa, ed è
proprio il grande Rossellini a veicolare il cinema italiano verso nuovi temi:
proprio "Europa '51" sarà , infatti, tra i film al centro di un ampio
dibattito, guidato da Guido Aristarco, sul passaggio dal Neorealismo, inteso
come descrizione del reale, al "realismo", inteso come
interpretazione critica di esso.
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| Francesco giullare di Dio |
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| Stromboli. Terra di Dio |
Veniamo al capolavoro del 1953: “Viaggio in Italia”. Alla base del film è un assunto che è già antonioniano:
una coppia della middle class inglese si reca a Capri, per acquisire l’eredità
di un parente. Appena giunti in Italia, i due si rendono conto di non
conoscersi affatto, di non comunicare più. Decidono dunque di separarsi e cominciano ad intraprendere due itinerari diversi, due diversi percorsi nella realtà: lei si
dedica alla visita dei luoghi cantati da un poeta con cui ha avuto una storia
romantica, lui vive una serie di episodi inconcludenti (una noiosa cena a casa
di amici, un incontro con una prostituta che termina senza alcuna “consumazione”). Frattempo, si
rendono conto entrambi della precarietà dell’esistenza. La decisione di
interrompere il proprio legame appare ormai irrevocabile, quando ad un tratto
vengono coinvolti in una processione che si snoda lungo le strade di Pompei: la
folla li allontana e li divide, i due si ricongiungono e si abbracciano, in un finale - culto omaggiato anche da Almodovar nel suo "Carne Tremula". Rossellini si confronta con la metafisica, rende visibile l’impalpabile,
esprime mirabilmente il senso della storia e del trascorrere del tempo. Il film
venne duramente recriminato dalla critica italiana, ma fu amato senza riserve
dai giovani critici dei Cahiers du Cinema,
dai vari Truffaut, Godard, Rohmer, e l’influenza di Rossellini fu fondamentale
nel loro passaggio dietro la macchina da presa: che si possa ascrivere a
Rossellini, dopo il Neorealismo, anche la nascita della Nouvelle Vague?
Ma il regista romano non si ferma
qui nella sua sperimentazione continua di forme, idee, linguaggi: nel 1965
passa alla televisione, alla quale egli pensa come un grande mezzo didattico,
in grado di spiegare per immagini ciò che spesso noiosamente viene insegnato a
scuola. Nasce così un grande progetto enciclopedico, costituito da una serie di
film televisivi dedicati alla storia e alla geografia: la migliore realizzazione
di questa fase della carriera del maestro rimane senza dubbio “La presa del
potere da parte di Luigi XIV”, dove alla componente didascalica e alla perfetta ricostruzione storica si associa una profonda
riflessione sulle dinamiche del potere e della politica, con uno sguardo
pessimistico sulla storia degli uomini e delle nazioni.
Rossellini, insomma, ha inventato
tutto: il suo cinema, sempre nuovo, mai uguale a sé stesso, anticipato stili, correnti, idee e ha influenzato
tutti i registi della generazione successiva. I suoi film sono sovente dolorosi
e amari, perché raccontano la vita e la condizione umana, senza concedere sconti allo spettatore. È vero, non sono “spettacoli”, e forse non ci si diverte: ma
quanta verità in essi!
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| La presa del potere da parte di Luigi XIV |
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| Locandina di viaggio in Italia |





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