martedì 15 gennaio 2013

Il cinema "sperimentale" di Roberto Rossellini

Nel 1953, sessant'anni fa, usciva "Viaggio in Italia". Può sembrare un anniversario inutile, poco significativo, ma per la storia del cinema non è così. Pochi registi hanno influenzato così tanto la cinematografia del secondo Novecento come Roberto Rossellini, pochi hanno inciso così profondamente sull'evoluzione della forma, del linguaggio e del pensiero connessi al mezzo cinematografico.
Non è un caso che un autore importante come Otto Preminger ebbe a dire, a proposito di "Roma Città Aperta", che la storia del cinema si poteva dividere in due epoche, una antecedente e una successiva alla pellicola capostipite del Neorealismo.
Nel 1945 quel film poverissimo, girato in condizioni precarie, con pellicola scaduta, in una Roma da poco liberata dai tedeschi, aveva cambiato tutto. La macchina da presa usciva dai teatri di posa, incontrava per la prima volta la realtà, scendeva per la strada, si muoveva tra le macerie di un paese sconfitto; il cinema, da fabbrica dei sogni, diventava strumento per raccontare l'uomo nella società, per registrarne le contraddizioni, i problemi, le miserie.
Nasceva il Neorealismo, e Rossellini iniziò a far scuola; ma già al maestro romano cominciava a stare stretta, l'etichetta di "maestro del cinema neorealista". De Sica, Zavattini, Visconti, De Santis e gli altri si calavano nella società con uno slancio ottimistico di impegno civile che si rifletteva inevitabilmente nei loro racconti sociali, dove l'emarginato, il vinto, lo sconfitto può comunque aspirare ad un riscatto, ad un ruolo nella lotta del proletariato; Rossellini, dal canto suo, non concede speranze, il suo mondo è quello della guerra: "Paisà" non è un film "impegnato", è una tragedia, lo sguardo del regista si proietta ancora verso il caos bellico, non lascia presagire speranze per l'uomo (si pensi al finale, drammatico, con i partigiani gettati a mare dai tedeschi).
In "Germania Anno Zero", il pessimismo del regista si fa cosmico, universale, ed allo stesso tempo si identifica con un dolore personale (Rossellini aveva appena perduto il figlioletto, Bruno): nella Germania distrutta dai bombardamenti, la guerra non è finita, l'ideologia nazista continua a serpeggiare e a mietere vittime come un veleno, la tragedia si fa totale, con i figli che uccidono i padri. "Questo film non è uno spettacolo, non ci si diverte", ebbe a dire il maestro.
Germania anno zero
Ma Rossellini non si accontenta della realtà sociale, la macchina da presa può anche diventare veicolo per uno slancio mistico, per riflettere su temi alti e fuori dal tempo, la vita, la morte, la religione: in "Stromboli" l'atmosfera è diversa, il rigore formale e il realismo, mutuati dall'esperienza neorealista, sono al servizio di tematiche nuove, il conflitto tra culture e le costrizioni della società. Il finale, con la Bergman che invoca Dio, annuncia già la fase successiva della carriera del regista, tutta volta a indagare la dimensione spirituale dell'uomo: in "Francesco Giullare di Dio", lo stile si fa ancora più asciutto, essenziale, quasi fino all'ascesi. È un cinema "senza orpelli", quello di Rossellini, come quello che avrebbe fatto Bresson, qualche anno dopo, come quello di Dreyer, o di Mizoguchi. Il san Francesco di Rossellini è più un anticonformista e un pazzo, che un santo; ma per Rossellini il confine tra santità e pazzia è labile, incerto. È questo un tema che ritorna anche in un altro capolavoro del maestro, "Europa '51", dove Ingrid Bergman è chiamata ad interpretare una donna che, per la sua pulsione di solidarietà verso il prossimo, viene rinchiusa in manicomio. Il personaggio di Irene è uno dei più controversi ed enigmatici della storia del cinema, e Rossellini ne indaga le sofferenze, il martirio, attraverso uno stile sempre più teso all'ascesi. La fase neorealista si è ormai conclusa, ed è proprio il grande Rossellini a veicolare il cinema italiano verso nuovi temi: proprio "Europa '51" sarà , infatti, tra i film al centro di un ampio dibattito, guidato da Guido Aristarco, sul passaggio dal Neorealismo, inteso come descrizione del reale, al "realismo", inteso come interpretazione critica di esso.
Francesco giullare di Dio


Stromboli. Terra di Dio
Veniamo al capolavoro del 1953: “Viaggio in Italia”. Alla base del film è un assunto che è già antonioniano: una coppia della middle class inglese si reca a Capri, per acquisire l’eredità di un parente. Appena giunti in Italia, i due si rendono conto di non conoscersi affatto, di non comunicare più. Decidono dunque di separarsi e cominciano ad intraprendere due itinerari diversi, due diversi percorsi nella realtà: lei si dedica alla visita dei luoghi cantati da un poeta con cui ha avuto una storia romantica, lui vive una serie di episodi inconcludenti (una noiosa cena a casa di amici, un incontro con una prostituta che termina senza alcuna “consumazione”). Frattempo, si rendono conto entrambi della precarietà dell’esistenza. La decisione di interrompere il proprio legame appare ormai irrevocabile, quando ad un tratto vengono coinvolti in una processione che si snoda lungo le strade di Pompei: la folla li allontana e li divide, i due si ricongiungono e si abbracciano, in un finale - culto omaggiato anche da Almodovar nel suo "Carne Tremula". Rossellini si confronta con la metafisica, rende visibile l’impalpabile, esprime mirabilmente il senso della storia e del trascorrere del tempo. Il film venne duramente recriminato dalla critica italiana, ma fu amato senza riserve dai giovani critici dei Cahiers du Cinema, dai vari Truffaut, Godard, Rohmer, e l’influenza di Rossellini fu fondamentale nel loro passaggio dietro la macchina da presa: che si possa ascrivere a Rossellini, dopo il Neorealismo, anche la nascita della Nouvelle Vague? 
Ma il regista romano non si ferma qui nella sua sperimentazione continua di forme, idee, linguaggi: nel 1965 passa alla televisione, alla quale egli pensa come un grande mezzo didattico, in grado di spiegare per immagini ciò che spesso noiosamente viene insegnato a scuola. Nasce così un grande progetto enciclopedico, costituito da una serie di film televisivi dedicati alla storia e alla geografia: la migliore realizzazione di questa fase della carriera del maestro rimane senza dubbio “La presa del potere da parte di Luigi XIV”, dove alla componente didascalica e alla perfetta ricostruzione storica si associa una profonda riflessione sulle dinamiche del potere e della politica, con uno sguardo pessimistico sulla storia degli uomini e delle nazioni.
Rossellini, insomma, ha inventato tutto: il suo cinema, sempre nuovo, mai uguale a sé stesso, anticipato stili, correnti, idee e ha influenzato tutti i registi della generazione successiva. I suoi film sono sovente dolorosi e amari, perché raccontano la vita e la condizione umana, senza concedere sconti allo spettatore. È vero, non sono “spettacoli”, e forse non ci si diverte: ma quanta verità in essi!

La presa del potere da parte di Luigi XIV

Locandina di viaggio in Italia

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