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mercoledì 17 aprile 2013

TORINO: PRIMA CAPITALE D'ITALIA, PRIMA CAPITALE DEL CINEMA

Il cinema italiano nasce a Torino. È il 7 novembre del 1896, quando, in una sala appositamente attrezzata presso l’ex Ospizio di Carità in via Po 33, vengono proiettati alcuni film dei fratelli Lumière, portati direttamente dalla Francia da Vittorio Calcina, rappresentante in Italia della società Auguste Lumière et ses fils. L’ingresso costa 50 centesimi. Il cinema è nato neanche un anno prima, il 28 dicembre 1895, in una fredda serata invernale parigina, al numero 14 del Boulevard de Capucines.
La vicinanza con la Francia favorisce l’arrivo, nella grande città subalpina, delle nuove tecniche di riproduzione di immagini in movimento: già alla fine dell’Ottocento, si effettuano sperimentazioni a Torino su macchine innovative come il kinefotografo, il cinetoscopio, il cinetografo di Edison.
Il “cinematografo” giunge nel capoluogo piemontese con relativo ritardo rispetto ad altre grandi città italiane (Roma, Milano, Napoli), ma diventa subito oggetto di grande interesse da parte dei torinesi e si inizia a pensare immediatamente ad uno sfruttamento commerciale del nuovo mezzo. Dopo la fase iniziale di curiosità e stupore per il fantasmagorico effetto dei fotogrammi in movimento, comincia a prospettarsi l'ipotesi di “fare cinema” in città, di avviare un’attività di produzione cinematografica in grado di competere con quella dei Lumière e di Charles Pathé (primo, vero produttore cinematografico della storia).
Il primo a comprendere appieno le potenzialità economiche del cinema è Arturo Ambrosio, il quale fonda la prima autentica società di produzione cinematografica italiana. È l’inizio di un sodalizio per anni ininterrotto tra Torino e il cinema. Nascono ben presto numerose case cinematografiche, in diretta concorrenza con la Società Anonima Ambrosio: l’Italia Film, l’Aquila film, la Pasquali e C.
Nei primi anni del Novecento, Torino è tra le capitali del cinema mondiale: nella città sabauda si producono i primi kolossal, come Gli ultimi giorni di Pompei (1913) di Enrico Vidali e il celebre Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone. Nascono i primi divi, come Mario Bonnard e Lydia Borelli, e i film prodotti nel capoluogo piemontese vengono esportati in tutto il mondo.

La proiezione di Cabiria un una foto d'epoca

A partire dagli anni Venti, Torino perde quel ruolo di promotrice delle nuove tendenze del campo del cinema e dello spettacolo. La crisi generale del cinema italiano spinge il Fascismo a spostare il centro dell’industria filmica a Roma, dove dal 1937 sono attivi gli studi di Cinecittà.
Ma il legame viscerale tra Torino e il cinema non si esaurisce: la città piemontese continua ad essere il set di numerose pellicole di successo, come l’indimenticabile Addio giovinezza (1940) di Ferdinando Poggioli, splendido ritratto della Torino studentesca degli inizi del secolo scorso. Il Neorealismo scanserà Torino, prediligendo altre realtà, afflitte da quelle tematiche sociali tanto care al genere (Roma, Napoli, la Sicilia): unica parentesi piemontese, quel Riso Amaro (1949) che lancerà la Mangano e Gassman, ambientato nelle campagne vercellesi.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, Roma è ormai la capitale indiscussa del cinema, ma Torino rimane comunque un set ambito e richiesto per molte produzioni, anche internazionali: nel 1956, tra il capoluogo piemontese, Pinerolo e la Val di Susa, viene girato il kolossal Guerra e pace di King Vidor, con un cast stellare che consta, tra gli altri, Audrey Hepburn ed Henry Fonda.

Guerra e pace di King Vidor

La storica capitale sabauda, in quegli anni, diventa uno dei grandi centri industriali del Paese, polo catalizzatore di forza lavoro proveniente da tutta Italia. Il cinema registra questo importante cambiamento e affronta, con sguardo sovente allarmato, il tema dell’immigrazione e i conflitti sociali che esplodono nella grande città capitale dell’automobile. La realtà operaia e industriale del capoluogo piemontese è raccontata nel capolavoro I compagni (1963) di Mario Monicelli, dove la Torino di fine Ottocento, con i primi scioperi e le battaglie socialiste, diventa specchio e metafora della città contemporanea.
Negli anni Settanta, il ruolo di Torino nella storia del cinema sembra ormai essersi esaurito, la città non è più sede della grande produzione e viene usata sempre più sporadicamente come cornice di ambientazione. A rilanciare l’immagine della metropoli subalpina è Dario Argento, che nel 1975 gira Profondo Rosso, film destinato a divenire oggetto di culto per un’intera generazione. Argento sceglie di ambientare le visioni e gli incubi del suo horror più famoso tra le ville liberty della collina (Villa Scott in primis), piazza CLN e altri importanti (e inquietanti) luoghi di Torino, imprimendo nell’immaginario collettivo lo stereotipo della città esoterica per eccellenza.
Negli anni Ottanta, con la diffusione delle nuove tecnologie video, a Torino si assiste a una vera e propria esplosione di nuove produzioni. Se il cinema italiano ufficiale versa in quegli anni in una grave crisi produttiva e creativa, le migliori energie si riversano nel cinema indipendente: i film-makers piemontesi si distinguono per la capacità di sperimentare forme nuove di espressione attraverso il linguaggio dell’audiovisivo.

Profondo Rosso di Dario Argento: la celebre scena in piazza CLN

Un evento decisivo per la vita culturale della città è la nascita, nel 1982, su iniziativa di Fiorenzo Alfieri (assessore alla Gioventù del Comune di Torino), Gianni Rondolino e Ansano Giannarelli, del Festival Internazionale Cinema Giovani, che diventa un punto di riferimento per la cinematografia indipendente nazionale e non solo. Ben presto la kermesse torinese, primo festival metropolitano in ambito italiano, acquisisce sempre più prestigio sul piano internazionale: gli organizzatori che si succedono nel corso degli anni procedono dunque ad una lenta ma sostanziale modifica dell’impostazione iniziale della manifestazione, nel tentativo di adeguare quest'ultima al ruolo di rilievo che essa va via via assumendo tra i grandi festival del cinema, come Cannes, Venezia, Berlino. Nel 1997, la rassegna cambia nome: nasce il Torino Film Festival, che ancora oggi attrae, nel periodo autunnale, appassionati di cinema da tutto il mondo.
Negli ultimi anni, Torino ha riconquistato il suo rapporto di amore e attrazione reciproca nei confronti della grande “fabbrica dei sogni”: l’industria delle immagini in movimento è tornata a realizzare pellicole nella prima capitale del cinema italiano. Già a partire dai primi anni ’90 e per tutto il primo decennio del secolo appena entrato, si assiste a una profusione di film girati a Torino e in Piemonte, da La seconda volta (1995) di Mimmo Calopestri a Il Partigiano Johnny (2000) di Guido Chiesa, fino al capolavoro di Gianni Amelio Così ridevano (leone d’oro a Venezia nel 1998) e al memorabile La Meglio Gioventù (2003) di Marco Tullio Giordana.

Gianni Amelio sul set di Così' Ridevano

La scommessa che la città ha giocato per rilanciare il suo ruolo nel cinema italiano ha prodotto grandi risultati. Il comune di Torino e la Regione Piemonte hanno elaborato una strategia integrata e di lungo respiro che ha portato alla costituzione di una Film Commission, divenuta punto di riferimento per tutti i film- makers italiani e che funge da struttura di servizio e promozione delle attività cinematografiche. Chiunque venga a girare un film nel capoluogo piemontese trova a sua disposizione, a titolo sovente gratuito, uffici di produzione, assistenza nella ricerca di locations e numerose agevolazioni relative all’utilizzazione degli spazi pubblici, alla concessione di permessi, etc.. È dunque facile, camminando per le strade di questa splendida città, imbattersi nelle riprese di film, documentari, spot televisivi.
Ma Torino non punta solo al futuro: essa conserva la memoria del cinema. Per il turista che giunge per la prima volta nella storica città sabauda, imprescindibile è la visita al Museo Nazionale del Cinema, il più antico ed importante d’Italia, allestito presso la Mole Antonelliana. Una vera sorpresa per il visitatore, che attraverso gli oggetti esposti e le immagini proiettate viene condotto per mano in un’altra dimensione, lontana nel tempo, quando Torino era la Hollywood sul Po.

Pubblicato in: Spazio 110, n.2, anno I, febbraio 2013, p. 8- 9.

Una veduta interna del Museo Nazionale del Cinema di Torino