La vicinanza con la Francia favorisce l’arrivo, nella grande città
subalpina, delle nuove tecniche di riproduzione di immagini in movimento: già
alla fine dell’Ottocento, si effettuano sperimentazioni a Torino su macchine
innovative come il kinefotografo, il cinetoscopio, il cinetografo di Edison.
Il “cinematografo” giunge nel capoluogo piemontese con relativo ritardo rispetto
ad altre grandi città italiane (Roma, Milano, Napoli), ma diventa subito
oggetto di grande interesse da parte dei torinesi e si inizia a pensare
immediatamente ad uno sfruttamento commerciale del nuovo mezzo. Dopo la fase
iniziale di curiosità e stupore per il fantasmagorico effetto dei fotogrammi in
movimento, comincia a prospettarsi l'ipotesi di “fare cinema” in città, di
avviare un’attività di produzione cinematografica in grado di competere con
quella dei Lumière e di Charles Pathé (primo, vero produttore cinematografico
della storia).
Il primo a comprendere appieno le potenzialità economiche del cinema è
Arturo Ambrosio, il quale fonda la prima autentica società di produzione
cinematografica italiana. È l’inizio di un sodalizio per anni ininterrotto tra
Torino e il cinema. Nascono ben presto numerose case cinematografiche, in
diretta concorrenza con la Società
Anonima Ambrosio: l’Italia Film,
l’Aquila film, la Pasquali e C.
Nei primi anni del Novecento, Torino è tra le capitali del cinema mondiale:
nella città sabauda si producono i primi kolossal,
come Gli ultimi giorni di Pompei
(1913) di Enrico Vidali e il celebre Cabiria
(1914) di Giovanni Pastrone. Nascono i primi divi, come Mario Bonnard e Lydia
Borelli, e i film prodotti nel capoluogo piemontese vengono esportati in tutto
il mondo.
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| La proiezione di Cabiria un una foto d'epoca |
A partire dagli anni Venti, Torino perde quel ruolo di promotrice delle
nuove tendenze del campo del cinema e dello spettacolo. La crisi generale del
cinema italiano spinge il Fascismo a spostare il centro dell’industria filmica
a Roma, dove dal 1937 sono attivi gli studi di Cinecittà.
Ma il legame viscerale tra Torino e il cinema non si esaurisce: la città
piemontese continua ad essere il set di numerose pellicole di successo, come
l’indimenticabile Addio giovinezza
(1940) di Ferdinando Poggioli, splendido ritratto della Torino studentesca
degli inizi del secolo scorso. Il Neorealismo scanserà Torino, prediligendo
altre realtà, afflitte da quelle tematiche sociali tanto care al genere (Roma,
Napoli, la Sicilia): unica parentesi piemontese, quel Riso Amaro (1949) che lancerà la Mangano e Gassman, ambientato
nelle campagne vercellesi.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, Roma è ormai la capitale indiscussa del
cinema, ma Torino rimane comunque un set ambito e richiesto per molte
produzioni, anche internazionali: nel 1956, tra il capoluogo piemontese,
Pinerolo e la Val di Susa, viene girato il kolossal Guerra e pace di King Vidor, con un cast stellare che consta, tra
gli altri, Audrey Hepburn ed Henry Fonda.
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| Guerra e pace di King Vidor |
La storica capitale sabauda, in quegli anni, diventa uno dei grandi centri
industriali del Paese, polo catalizzatore di forza lavoro proveniente da tutta
Italia. Il cinema registra questo importante cambiamento e affronta, con
sguardo sovente allarmato, il tema dell’immigrazione e i conflitti sociali che
esplodono nella grande città capitale dell’automobile. La realtà operaia e
industriale del capoluogo piemontese è raccontata nel capolavoro I compagni (1963) di Mario Monicelli,
dove la Torino di fine Ottocento, con i primi scioperi e le battaglie
socialiste, diventa specchio e metafora della città contemporanea.
Negli anni Settanta, il ruolo di Torino nella storia del cinema sembra
ormai essersi esaurito, la città non è più sede della grande produzione e viene
usata sempre più sporadicamente come cornice di ambientazione. A rilanciare
l’immagine della metropoli subalpina è Dario Argento, che nel 1975 gira Profondo Rosso, film destinato a
divenire oggetto di culto per un’intera generazione. Argento sceglie di
ambientare le visioni e gli incubi del suo horror
più famoso tra le ville liberty della collina (Villa Scott in primis), piazza
CLN e altri importanti (e inquietanti) luoghi di Torino, imprimendo
nell’immaginario collettivo lo stereotipo della città esoterica per eccellenza.
Negli anni Ottanta, con la diffusione delle nuove tecnologie video, a
Torino si assiste a una vera e propria esplosione di nuove produzioni. Se il
cinema italiano ufficiale versa in quegli anni in una grave crisi produttiva e
creativa, le migliori energie si riversano nel cinema indipendente: i film-makers piemontesi si distinguono
per la capacità di sperimentare forme nuove di espressione attraverso il
linguaggio dell’audiovisivo.
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| Profondo Rosso di Dario Argento: la celebre scena in piazza CLN |
Un evento decisivo per la vita culturale della città è la nascita, nel
1982, su iniziativa di Fiorenzo Alfieri (assessore alla Gioventù del Comune di
Torino), Gianni Rondolino e Ansano Giannarelli, del Festival Internazionale Cinema Giovani, che diventa un punto di
riferimento per la cinematografia indipendente nazionale e non solo. Ben presto
la kermesse torinese, primo festival
metropolitano in ambito italiano, acquisisce sempre più prestigio sul piano
internazionale: gli organizzatori che si succedono nel corso degli anni
procedono dunque ad una lenta ma sostanziale modifica dell’impostazione
iniziale della manifestazione, nel tentativo di adeguare quest'ultima al ruolo
di rilievo che essa va via via assumendo tra i grandi festival del cinema, come
Cannes, Venezia, Berlino. Nel 1997, la rassegna cambia nome: nasce il Torino Film Festival, che ancora oggi
attrae, nel periodo autunnale, appassionati di cinema da tutto il mondo.
Negli ultimi anni, Torino ha riconquistato il suo rapporto di amore e
attrazione reciproca nei confronti della grande “fabbrica dei sogni”:
l’industria delle immagini in movimento è tornata a realizzare pellicole nella
prima capitale del cinema italiano. Già a partire dai primi anni ’90 e per
tutto il primo decennio del secolo appena entrato, si assiste a una profusione
di film girati a Torino e in Piemonte, da La
seconda volta (1995) di Mimmo Calopestri a Il Partigiano Johnny (2000) di Guido Chiesa, fino al capolavoro di
Gianni Amelio Così ridevano (leone
d’oro a Venezia nel 1998) e al memorabile La
Meglio Gioventù (2003) di Marco Tullio Giordana.
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| Gianni Amelio sul set di Così' Ridevano |
La scommessa che la città ha giocato per rilanciare il suo ruolo nel cinema
italiano ha prodotto grandi risultati. Il comune di Torino e la Regione
Piemonte hanno elaborato una strategia integrata e di lungo respiro che ha
portato alla costituzione di una Film
Commission, divenuta punto di riferimento per tutti i film- makers italiani e che funge da struttura di servizio e
promozione delle attività cinematografiche. Chiunque venga a girare un film nel
capoluogo piemontese trova a sua disposizione, a titolo sovente gratuito,
uffici di produzione, assistenza nella ricerca di locations e numerose agevolazioni relative all’utilizzazione degli
spazi pubblici, alla concessione di permessi, etc.. È dunque facile, camminando
per le strade di questa splendida città, imbattersi nelle riprese di film,
documentari, spot televisivi.
Ma Torino non punta solo al futuro: essa conserva la memoria del cinema. Per
il turista che giunge per la prima volta nella storica città sabauda,
imprescindibile è la visita al Museo Nazionale del Cinema, il più antico ed
importante d’Italia, allestito presso la Mole Antonelliana. Una vera sorpresa
per il visitatore, che attraverso gli oggetti esposti e le immagini proiettate
viene condotto per mano in un’altra dimensione, lontana nel tempo, quando
Torino era la Hollywood sul Po.
Pubblicato in: Spazio 110, n.2, anno I, febbraio 2013, p. 8- 9.
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| Una veduta interna del Museo Nazionale del Cinema di Torino |




