mercoledì 30 gennaio 2013


"È la politica, messere Aretino. Come scrive il Machiavello, ormai la politica conta più degli eserciti, no?"

Il mestiere delle armi, Ermanno Olmi, 2001


martedì 29 gennaio 2013

The Master: il buio della mente secondo Paul Thomas Anderson


Freddie Quell è un reduce della Seconda Guerra Mondiale, tornato a casa con gravi turbe nervose e una morbosa ossessione per il sesso e l’alcol. Un giorno, in modo del tutto casuale, incontra Lancaster Dodd, capo spirituale e fondatore di una setta religiosa chiamata “La Causa”. Quell rimane affascinato dal carisma del guru e diventa pian piano il suo più fedele seguace.


Ingiustamente incompreso dalla critica, il film di Paul Thomas Anderson è in realtà una delle migliori pellicole dell’anno. Accompagnato dalle ipnotiche musiche di  Jonny Greenwood (membro dei Radiohead), che sottolineano ossessivamente ogni inquadratura, “The Master” è un amaro apologo sulla manipolazione, su una società malata e aberrante che finisce per legittimare il potere di individui ipocriti e mistificatori. Attraverso lo sguardo del protagonista, Freddie, il regista indaga le contraddizioni di un’America ferita e disorientata, alla ricerca di una regola o di una “fede” con cui colmare il proprio vuoto esistenziale. Anderson parla dell’America post- bellica, ma l’attualità del racconto è indubbia. 
Un film duro, impegnativo, caratterizzato da uno stile glaciale, rigoroso, perfetto. Ogni inquadratura è densa di significato, funzionale al viaggio nei lati oscuri dell’animo umano. Sembra di guardare un film di Kubrick o di Altman. 
Gli attori, infine, regalano interpretazioni che rimangono scolpite nella memoria: Philip Seymour Hoffman è magistrale come sempre, mentre la performance di Joaquin Phoenix è un capolavoro di verità e introspezione.

Philip Seymour Hoffman

Joaquin Phoenix





sabato 26 gennaio 2013

Django Unchained: Tarantino rilancia il Western


1858, Texas. Due mercanti di schiavi si imbattono in un cacciatore di taglie originario della Germania, il dottor King Schultz (Christoph Waltz). L’uomo costringe i due schiavisti, con l’uso della forza, a vendergli uno schiavo nero, Django (Jamie Foxx). Schultz intende servirsi di quest’ultimo per riconoscere i fratelli Brittle, dei fuorilegge che sta cercando, garantendo in cambio allo schiavo la libertà e una ricompensa. Durante il viaggio, i due stringono amicizia e Schultz scopre che Django, una volta libero, vuole ritrovare la moglie Broomhilda, da cui è stato brutalmente separato alla piantagione dove lavorava precedentemente. Uccisi i tre fuorilegge, il dottore, avendo notato in Django un talento naturale con le armi da fuoco, gli propone di diventare socio in affari e promette di aiutarlo a ritrovare la moglie. I due scopriranno che la donna è stata venduta a Calvin Candie (Leonardo Di Caprio), ricco latifondista del Mississippi. Django e Schultz escogitano dunque un piano per liberare Broomhilda, ma la missione si rivelerà più rischiosa del previsto.
Il cinema western è il prodotto più autentico della cultura americana. È un genere nobile, nato con il cinema, e per gran parte del secolo scorso ha rappresentato meglio di ogni altra forma d’arte e spettacolo i valori e gli ideali del sogno americano. Non si può negare, tuttavia, la persistenza, nel cinema western classico (quello di Hawks e di Ford, per intenderci) di contenuti fortemente discutibili, legati al razzismo nei confronti degli indiani e all’uso, sovente acritico, della violenza. E se lunga e faticosa è stata la strada per riabilitare i poveri pellerossa nell’universo cinematografico, ancora più tempo c’è voluto perché negli epici racconti sul mito della frontiera si cominciasse a mettere in discussione l’idea di una violenza “giusta”, perché esercitata da cowboys portatori dei sani valori americani, e l’uso del sangue e delle sparatorie come elementi gratuiti di spettacolo. 
Il primo a rivedere in maniera critica i principi fondanti del genere è stato proprio il “padre” del western, quel John Ford che in “Ombre rosse” aveva lanciato, per la prima volta, la leggenda di John Wayne, del pistolero senza macchia e senza paura e delle appassionanti battaglie tra il bene (gli yankies) e il male (gli indiani) nella Monument Valley: venti anni dopo, in “Sentieri Selvaggi”, quella distinzione manichea tra bene e male era sparita, e il pistolero di Wayne diventava una tragica figura di solitudine e dolore. La violenza, per la prima volta, veniva raccontata sottolineandone tutta l’assurdità e la follia. Poi sono venuti Leone (e i suoi proseliti del filone “spaghetti western”), Peckinpah e gli “Unforgiven” di Eastwood, che hanno spogliato il West di ogni mitologia ed incanto. Grandi autori, certo, e grandi film, che hanno però avviato il genere verso un autunno di tristezza e disincanto, causando il disinteresse del pubblico.
Ci voleva quel furbastro di Tarantino per ridare al cinema western quella linfa vitale che da anni mancava, attraverso una sana dose di ultra- violenza gratuita. L’incursione dissacrante e granguignolesca del regista di “Pulp Fiction” nel mito del West è talmente gustosa per lo spettatore da riscattare l’evidente, ormai da anni, stanchezza e ripetitività dell’universo tarantiniano, con il suo solito miscuglio di generi e le stucchevoli citazioni “stracult”. Per una volta, Tarantino riesce davvero a proporre al pubblico uno spettacolo onesto e divertente, anche se rimane l’impressione di un autore e di uno stile che lasciano il tempo che trovano. Gli attori, comunque, se la cavano tutti egregiamente: Samuel L. Jackson è impeccabile come sempre, mentre Leonardo Di Caprio gigioneggia magnificamente negli insoliti panni di cattivo, costruendo un personaggio memorabile. L’insipido belloccio di “Titanic” è diventato col tempo un grande attore, aveva ragione Scorsese.





domenica 20 gennaio 2013

Vita di Pi: la "prova ontologica" di Ang Lee, tra Robinson Crusoe e Walt Disney

La vita di Pi Patel (Suraj Sharma), un ragazzo indiano cresciuto fin da piccolo a contatto con gli animali dello zoo paterno. Quando la famiglia decide di trasferirsi in Canada per difficoltà economiche, il giovane sarà costretto ad affrontare la più dura delle prove: la nave, infatti, farà naufragio e Pi perderà tutta la sua famiglia. Scampato miracolosamente alla spaventosa tempesta, il ragazzo comincerà una dura lotta per la sopravvivenza in mezzo all'Oceano. Unica sopravvissuta oltre al giovane: una tigre del Bengala, con cui Pi dovrà fare i conti.
Tratto dal romanzo di Yann Martel, "Vita di Pi" è un film panteista, dove ogni essere vivente ha un'anima ed è permeato da Dio. La storia del giovane Pi, novello Robinson Crusoe, si configura come un racconto di formazione, di scoperta dell'Assoluto e di iniziazione alla morte ("La vita è fatta di separazioni ma la cosa peggiore è non avere l'attimo giusto per dirsi addio!" dice il protagonista). Questo itinerario spirituale avviene attraverso il confronto con le forze di una natura spietata e bellissima, che la macchina da presa di Ang Lee osserva con sguardo incantato. Per una volta, effetti speciali, computer graphics e tecnologia 3D non soffocano la narrazione ma sono funzionali al racconto che qui, sovente, si fa poesia. 
Tra riprese stile national geographic, visioni oniriche, isole carnivore e animali più umani degli umani (talvolta un po' alla Walt Disney), Lee costruisce un film d'avventura di grande suggestione, una vera gioia per gli occhi dello spettatore, senza perdere tuttavia di vista gli aspetti filosofici legati alla riflessione su tematiche "alte" come la limitatezza della condizione umana e l'esistenza di Dio. 

Pi Patel e la tigre chiamata Richard Parker


Locandina del film


Tutti i santi giorni


Guido è un ragazzo educato, colto e appassionato di letteratura latina e agiografia protocristiana. Come sovente accade ai giovani d’oggi, fatica a trovare una condizione lavorativa adeguata alla sua formazione scolastica: il ragazzo si guadagna da vivere dunque come portiere di notte in un albergo della capitale. Ogni mattina, torna dalla sua ragazza, Antonia, che sveglia con un caffè a letto e con il racconto della vita del martire o del santo celebrato quel giorno dal calendario. Antonia lavora presso un autonoleggio di giorno, di notte canta e suona nei pub della città. Tra i due giovani sussiste una relazione salda, fatta di amore e di condivisione dei sacrifici. La loro storia subisce una svolta quando dovranno fare i conti con la sterilità e l’impossibilità di avere un bambino. Antonia e Guido affronteranno il faticoso iter medico che dovrà renderli finalmente genitori, ma il figlio desiderato non arriverà mai. Il fallimento del loro progetto di famiglia incrinerà irrimediabilmente la loro relazione.
Si tratta, senza dubbio, del miglior film italiano dell’anno. Virzì è l’unico regista in grado di raccontare l’Italia di oggi, senza cadere negli stereotipi o nel “già visto”. Girato in una Roma impersonale e periferica, tra raccordi, tangenziali, grandi alberghi e ospedali, il film è il racconto amaro delle difficoltà di una generazione senza futuro, alle prese con il precariato e con l’impossibilità di progettare la propria vita, sia in ambito lavorativo che in quello sentimentale- familiare. 
Il regista osserva in modo impietoso lo squallore di una società sterile, che registra con un realismo e un’ironia mutuati direttamente dalla grande commedia all’italiana. Ma rispetto al cinema di Monicelli e di Risi emerge, nel film dell'autore livornese, una simpatia e un affetto per i personaggi che conferisce all'opera una delicatezza veramente rara nel cinema italiano. Gli attori, bravissimi, danno il loro personale contributo poetico alla definizione e all'introspezione dei caratteri e impreziosiscono un film che, sebbene denso di interrogativi e di allarmi, possiede l’onestà, la naturalezza e la leggiadria di un classico.

Guido e Antonia, alias Luca Marinelli e Thony
(Federica Johanna Victoria)










venerdì 18 gennaio 2013

Ecco la pagina facebook del blog!

Amarcord, Federico Fellini


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Mi raccomando, si attendono, sia qui che su face, tanti commenti e opinioni sul blog, film, etc...!

giovedì 17 gennaio 2013

La "migliore offerta" che Tornatore può fare allo spettatore non è questo film



Virgil Oldman è un antiquario e battitore d'aste di grande fama. Conduce un’esistenza solitaria, dedita unicamente all'arte e al lavoro. Non ha mai conosciuto l’amore di una donna ed ha una serie di ossessioni e manie che gli impediscono di relazionarsi in modo sano con il prossimo. La sua vita cambia improvvisamente quando riceve un incarico telefonico da Claire, giovane erede di una facoltosa famiglia; tra i due si instaura una passione sofferta e problematica.

Chiariamo subito una cosa: Tornatore è un autore. Punto. Ama il cinema e nei suoi film traspare la sincerità del suo amore per la Settima Arte. Non prende mai in giro lo spettatore. È il vero erede di Sergio Leone, perché analoga è la visione epica e sognante del racconto. I film del regista siciliano vanno sempre guardati con attenzione e rispetto, dunque; ma la sua carriera è fatta di momenti memorabili ed evitabili cadute di tono.

“La migliore offerta” non sfugge a questa alternanza di alti e bassi, a cui “Peppuccio” sembra averci ormai inesorabilmente abituato, nella sua trentennale esperienza cinematografica. Il film è un amaro apologo sulla solitudine e sull’ipocrisia delle relazioni umane. Domina, nella storia, un tema tipico della cinematografia di Tornatore, già affrontato in “La leggenda del pianista sull’Oceano”: l’attrazione del regista per personaggi alienati, che vivono in condizione di separatezza dalla realtà, nella consapevolezza che fuori dal guscio in cui essi si sono volutamente isolati esiste solo un mondo malato e doloroso. Che si possa intravvedere, nella simpatia che Tornatore nutre per questi outsider tristi e fuori dal mondo, il riflesso del carattere notoriamente schivo e riservato del regista bagherese? Evidente, nel film, anche il gusto per le atmosfere thriller e le dinamiche della suspence, già sperimentate in "La Sconosciuta".

La confezione patinata da megaproduzione internazionale, tuttavia, sembra soffocare il racconto, mentre la sceneggiatura, come sovente accade nei film del regista, appare a tal punto farraginosa da distogliere lo spettatore dagli interessanti spunti di riflessione che l'autore propone. La “solita”, seppur suggestiva, musica di Ennio Morricone evidenzia le “scene- madri” e i momenti di commozione; ma siamo lontani dall’epos e dal romanticismo di “Nuovo cinema paradiso” e di “Baaria”.