Virgil Oldman è un antiquario e battitore d'aste di grande fama.
Conduce un’esistenza solitaria, dedita unicamente all'arte e al lavoro. Non ha
mai conosciuto l’amore di una donna ed ha una serie di ossessioni e manie che
gli impediscono di relazionarsi in modo sano con il prossimo. La sua vita cambia improvvisamente quando riceve un incarico telefonico da Claire, giovane
erede di una facoltosa famiglia; tra i due si instaura una passione sofferta e
problematica.
Chiariamo subito una cosa: Tornatore è un autore. Punto. Ama
il cinema e nei suoi film traspare la sincerità del suo amore per la Settima Arte.
Non prende mai in giro lo spettatore. È il vero erede di Sergio Leone, perché analoga
è la visione epica e sognante del racconto. I film del regista siciliano vanno
sempre guardati con attenzione e rispetto, dunque; ma la sua carriera è fatta di momenti memorabili ed evitabili cadute di tono.
“La migliore offerta” non sfugge a questa alternanza di alti e bassi, a cui “Peppuccio”
sembra averci ormai inesorabilmente abituato, nella sua trentennale
esperienza cinematografica. Il film è un amaro apologo sulla solitudine e sull’ipocrisia
delle relazioni umane. Domina, nella storia, un tema tipico della cinematografia di
Tornatore, già affrontato in “La leggenda del pianista sull’Oceano”: l’attrazione
del regista per personaggi alienati, che vivono in condizione di separatezza
dalla realtà, nella consapevolezza che fuori dal guscio in cui essi si sono
volutamente isolati esiste solo un mondo malato e doloroso. Che si possa
intravvedere, nella simpatia che Tornatore nutre per questi outsider tristi e
fuori dal mondo, il riflesso del carattere notoriamente schivo e riservato del
regista bagherese? Evidente, nel film, anche il gusto per le atmosfere thriller
e le dinamiche della suspence, già sperimentate in "La Sconosciuta".
La confezione patinata da megaproduzione internazionale,
tuttavia, sembra soffocare il racconto, mentre la sceneggiatura, come sovente accade
nei film del regista, appare a tal punto farraginosa da distogliere lo
spettatore dagli interessanti spunti di riflessione che l'autore propone. La “solita”,
seppur suggestiva, musica di Ennio Morricone evidenzia le “scene- madri” e i momenti
di commozione; ma siamo lontani dall’epos e dal romanticismo di “Nuovo cinema
paradiso” e di “Baaria”.
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