Visualizzazione post con etichetta offerta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta offerta. Mostra tutti i post

giovedì 17 gennaio 2013

La "migliore offerta" che Tornatore può fare allo spettatore non è questo film



Virgil Oldman è un antiquario e battitore d'aste di grande fama. Conduce un’esistenza solitaria, dedita unicamente all'arte e al lavoro. Non ha mai conosciuto l’amore di una donna ed ha una serie di ossessioni e manie che gli impediscono di relazionarsi in modo sano con il prossimo. La sua vita cambia improvvisamente quando riceve un incarico telefonico da Claire, giovane erede di una facoltosa famiglia; tra i due si instaura una passione sofferta e problematica.

Chiariamo subito una cosa: Tornatore è un autore. Punto. Ama il cinema e nei suoi film traspare la sincerità del suo amore per la Settima Arte. Non prende mai in giro lo spettatore. È il vero erede di Sergio Leone, perché analoga è la visione epica e sognante del racconto. I film del regista siciliano vanno sempre guardati con attenzione e rispetto, dunque; ma la sua carriera è fatta di momenti memorabili ed evitabili cadute di tono.

“La migliore offerta” non sfugge a questa alternanza di alti e bassi, a cui “Peppuccio” sembra averci ormai inesorabilmente abituato, nella sua trentennale esperienza cinematografica. Il film è un amaro apologo sulla solitudine e sull’ipocrisia delle relazioni umane. Domina, nella storia, un tema tipico della cinematografia di Tornatore, già affrontato in “La leggenda del pianista sull’Oceano”: l’attrazione del regista per personaggi alienati, che vivono in condizione di separatezza dalla realtà, nella consapevolezza che fuori dal guscio in cui essi si sono volutamente isolati esiste solo un mondo malato e doloroso. Che si possa intravvedere, nella simpatia che Tornatore nutre per questi outsider tristi e fuori dal mondo, il riflesso del carattere notoriamente schivo e riservato del regista bagherese? Evidente, nel film, anche il gusto per le atmosfere thriller e le dinamiche della suspence, già sperimentate in "La Sconosciuta".

La confezione patinata da megaproduzione internazionale, tuttavia, sembra soffocare il racconto, mentre la sceneggiatura, come sovente accade nei film del regista, appare a tal punto farraginosa da distogliere lo spettatore dagli interessanti spunti di riflessione che l'autore propone. La “solita”, seppur suggestiva, musica di Ennio Morricone evidenzia le “scene- madri” e i momenti di commozione; ma siamo lontani dall’epos e dal romanticismo di “Nuovo cinema paradiso” e di “Baaria”.