Dieci anni fa, il 24 febbraio 2003, moriva Alberto Sordi. Ho un ricordo personale del grande attore: lo incontrai al festival del cinema di Taormina del 2001, veniva a ritirare, mi sembra, un premio alla carriera. Era il 6 luglio, giorno del mio compleanno, e fu un regalo graditissimo ricevere gli auguri da quello che, per me, già allora era un mito assoluto. Al suo arrivo, al Palazzo dei Congressi, non lo riconobbi subito: lento, ricurvo, mi apparve una figura solenne di anziano venerabile, in contrasto con l’immagine, energica e giovanile, dei suoi ruoli cinematografici più luminosi. Ma arrivato in conferenza stampa, fu uno spasso. La sera, al teatro antico, deliziò il pubblico con le sue battute e i suoi vezzi più riconoscibili e, proprio per questo, immortali.
Fu una delle ultime apparizioni pubbliche dell’immenso interprete, che più di
ogni altro ha rappresentato il carattere nazionale, i tanti vizi e i pochi
pregi degli italiani. “È stato il simbolo di un certo compatriota e di un certo
costume” ha detto di lui Enzo Biagi, e forse proprio per questo motivo la sua
maschera è stata sovente guardata con sospetto e con insofferenza, soprattutto
dagli ambienti cosiddetti “impegnati” del cinema e della cultura. “Ma dove siamo, in un film di Alberto Sordi? Te lo meriti Alberto Sordi!” gridava Nanni
Moretti in Ecce bombo, inveendo contro il qualunquismo dell’italiano medio.
Prendendo una abbaglio colossale, perché mai nessun attore ha dimostrato tanta coerenza nel portare avanti una critica feroce al malcostume imperante nella società italiana, in nessun altro interprete è riconoscibile tanto onesto e rigoroso “impegno civile”. E non ha importanza se Sordi “usasse il suo personaggio di italiano come una frusta ferocemente satirica oppure se vi aderisse senza essere consapevole della drammaticità di quel ritratto che ha impietosamente raffigurato nell'arco di sessanta lunghi anni” (Scalfari), perché la galleria di caratteri e atmosfere che l'attore romano ci ha regalato è straordinariamente vera e, ancora oggi, attualissima, impressionante, agghiacciante.
A mio parere, inoltre, è un luogo comune vedere nel suo cinema uno specchio sì veritiero ma, tutto sommato, consolatorio e ammiccante del malcostume nostrano: nel corso della sua lunga carriera, il maestro ha tratteggiato, con la grandezza propria del grande istrione, personaggi talmente meschini e ripugnanti da escludere qualsiasi processo di identificazione da parte dello spettatore: l’imprenditore che si vende l’occhio per denaro de Il boom di De Sica, lo squallido trafficante di bambini de Il Giudizio Universale. E che dire, inoltre, del Sordi “positivo”, che ha disegnato figure memorabili di eroi e patrioti ne La Grande Guerra, in Tutti a casa e in Una vita difficile?
È evidente come nell'esercizio della sua arte egli abbia perseguito sempre con consapevolezza e dedizione l’intento di tracciare un ritratto a tutto tondo dell’italiano comune, senza ricorrere a stereotipi, ma con spirito impietoso e straordinaria onestà intellettuale. Il suo cinema ha contribuito alla maturazione politica e sociale di questo Paese, ne è stata la rappresentazione più autentica. Viva Alberto Sordi.
Prendendo una abbaglio colossale, perché mai nessun attore ha dimostrato tanta coerenza nel portare avanti una critica feroce al malcostume imperante nella società italiana, in nessun altro interprete è riconoscibile tanto onesto e rigoroso “impegno civile”. E non ha importanza se Sordi “usasse il suo personaggio di italiano come una frusta ferocemente satirica oppure se vi aderisse senza essere consapevole della drammaticità di quel ritratto che ha impietosamente raffigurato nell'arco di sessanta lunghi anni” (Scalfari), perché la galleria di caratteri e atmosfere che l'attore romano ci ha regalato è straordinariamente vera e, ancora oggi, attualissima, impressionante, agghiacciante.
A mio parere, inoltre, è un luogo comune vedere nel suo cinema uno specchio sì veritiero ma, tutto sommato, consolatorio e ammiccante del malcostume nostrano: nel corso della sua lunga carriera, il maestro ha tratteggiato, con la grandezza propria del grande istrione, personaggi talmente meschini e ripugnanti da escludere qualsiasi processo di identificazione da parte dello spettatore: l’imprenditore che si vende l’occhio per denaro de Il boom di De Sica, lo squallido trafficante di bambini de Il Giudizio Universale. E che dire, inoltre, del Sordi “positivo”, che ha disegnato figure memorabili di eroi e patrioti ne La Grande Guerra, in Tutti a casa e in Una vita difficile?
È evidente come nell'esercizio della sua arte egli abbia perseguito sempre con consapevolezza e dedizione l’intento di tracciare un ritratto a tutto tondo dell’italiano comune, senza ricorrere a stereotipi, ma con spirito impietoso e straordinaria onestà intellettuale. Il suo cinema ha contribuito alla maturazione politica e sociale di questo Paese, ne è stata la rappresentazione più autentica. Viva Alberto Sordi.
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| Alberto Sordi in Sotto il sole di Roma (1948) |
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| Lo sceicco bianco di Federico Fellini (1952) |
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| Con Vittorio Gassmann e Silvana Mangano ne La Grande Guerra di Mario Monicelli (1959) |



