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martedì 29 gennaio 2013

The Master: il buio della mente secondo Paul Thomas Anderson


Freddie Quell è un reduce della Seconda Guerra Mondiale, tornato a casa con gravi turbe nervose e una morbosa ossessione per il sesso e l’alcol. Un giorno, in modo del tutto casuale, incontra Lancaster Dodd, capo spirituale e fondatore di una setta religiosa chiamata “La Causa”. Quell rimane affascinato dal carisma del guru e diventa pian piano il suo più fedele seguace.


Ingiustamente incompreso dalla critica, il film di Paul Thomas Anderson è in realtà una delle migliori pellicole dell’anno. Accompagnato dalle ipnotiche musiche di  Jonny Greenwood (membro dei Radiohead), che sottolineano ossessivamente ogni inquadratura, “The Master” è un amaro apologo sulla manipolazione, su una società malata e aberrante che finisce per legittimare il potere di individui ipocriti e mistificatori. Attraverso lo sguardo del protagonista, Freddie, il regista indaga le contraddizioni di un’America ferita e disorientata, alla ricerca di una regola o di una “fede” con cui colmare il proprio vuoto esistenziale. Anderson parla dell’America post- bellica, ma l’attualità del racconto è indubbia. 
Un film duro, impegnativo, caratterizzato da uno stile glaciale, rigoroso, perfetto. Ogni inquadratura è densa di significato, funzionale al viaggio nei lati oscuri dell’animo umano. Sembra di guardare un film di Kubrick o di Altman. 
Gli attori, infine, regalano interpretazioni che rimangono scolpite nella memoria: Philip Seymour Hoffman è magistrale come sempre, mentre la performance di Joaquin Phoenix è un capolavoro di verità e introspezione.

Philip Seymour Hoffman

Joaquin Phoenix