martedì 26 febbraio 2013

Alberto Sordi: dieci anni dalla scomparsa di un monumento del cinema

Dieci anni fa, il 24 febbraio 2003, moriva Alberto Sordi. Ho un ricordo personale del grande attore: lo incontrai al festival del cinema di Taormina del 2001, veniva a ritirare, mi sembra, un premio alla carriera. Era il 6 luglio, giorno del mio compleanno, e fu un regalo graditissimo ricevere gli auguri da quello che, per me, già allora era un mito assoluto. Al suo arrivo, al Palazzo dei Congressi, non lo riconobbi subito: lento, ricurvo, mi apparve una figura solenne di anziano venerabile, in contrasto con l’immagine, energica e giovanile, dei suoi ruoli cinematografici più luminosi. Ma arrivato in conferenza stampa, fu uno spasso. La sera, al teatro antico, deliziò il pubblico con le sue battute e i suoi vezzi più riconoscibili e, proprio per questo, immortali.
Fu una delle ultime apparizioni pubbliche dell’immenso interprete, che più di ogni altro ha rappresentato il carattere nazionale, i tanti vizi e i pochi pregi degli italiani. “È stato il simbolo di un certo compatriota e di un certo costume” ha detto di lui Enzo Biagi, e forse proprio per questo motivo la sua maschera è stata sovente guardata con sospetto e con insofferenza, soprattutto dagli ambienti cosiddetti “impegnati” del cinema e della cultura. “Ma dove siamo, in un film di Alberto Sordi? Te lo meriti Alberto Sordi!” gridava Nanni Moretti in Ecce bombo, inveendo contro il qualunquismo dell’italiano medio.
Prendendo una abbaglio colossale, perché mai nessun attore ha dimostrato tanta coerenza nel portare avanti una critica feroce al malcostume imperante nella società italiana, in nessun altro interprete è riconoscibile tanto onesto e rigoroso “impegno civile”. E non ha importanza se Sordi “usasse il suo personaggio di italiano come una frusta ferocemente satirica oppure se vi aderisse senza essere consapevole della drammaticità di quel ritratto che ha impietosamente raffigurato nell'arco di sessanta lunghi anni” (Scalfari), perché la galleria di  caratteri e atmosfere che l'attore romano ci ha regalato è straordinariamente vera e, ancora oggi, attualissima, impressionante, agghiacciante.
A mio parere, inoltre, è un luogo comune vedere nel suo cinema uno specchio sì veritiero ma, tutto sommato, consolatorio e ammiccante del malcostume nostrano: nel corso della sua lunga carriera, il maestro ha tratteggiato, con la grandezza propria del grande istrione, personaggi talmente meschini e ripugnanti da escludere qualsiasi processo di identificazione da parte dello spettatore:  l’imprenditore che si vende l’occhio per denaro de Il boom di De Sica, lo squallido trafficante di bambini de Il Giudizio Universale. E che dire, inoltre, del Sordi “positivo”, che ha disegnato figure memorabili di eroi e patrioti ne La Grande Guerra, in Tutti a casa e in Una vita difficile?
È evidente come nell'esercizio della sua arte egli abbia perseguito sempre con consapevolezza e dedizione l’intento di tracciare un ritratto a tutto tondo dell’italiano comune, senza ricorrere a stereotipi, ma con spirito impietoso e straordinaria onestà intellettuale. Il suo cinema ha contribuito alla maturazione politica e sociale di questo Paese, ne è stata la rappresentazione più autentica. Viva Alberto Sordi.

Alberto Sordi in Sotto il sole di Roma (1948)
Lo sceicco bianco di Federico Fellini (1952)
Con Vittorio Gassmann e Silvana Mangano ne La Grande Guerra
di Mario Monicelli (1959)



martedì 19 febbraio 2013

"- Chello ch'è stato è stato... Basta, ricomincio da tre.
- Da zero.
- Eh?
- Da zero: ricomincio da zero.
- Nossignore, ricomincio da... cioè... Tre cose me so' riuscite dint'a vita, pecché aggi'a perdere pure chelle? Aggi'a ricomincià da zero? Da tre"(da Ricomincio da tre)


Oggi avrebbe compiuto sessant'anni Massimo Troisi, poeta del cinema. La poesia "non è di chi la scrive.. ma di chi gli serve", diceva Troisi ne "Il Postino". E di fronte alla miseria creativa e culturale del nostro tempo, la sua "poesia" è viva, e ci serve ancora.



Viagem ao Princípio do Mundo (1997): l'ultimo, commovente regalo di Mastroianni

Manoel (Marcello Mastroianni), vecchio regista di origini portoghesi, e Alfonso, attore televisivo figlio di un portoghese emigrato in Francia, fanno un viaggio in auto con un attrice e un amico verso il Nord del Portogallo. Il regista (alter ego di De Oliveira) ritroverà i luoghi della propria infanzia, che versano ormai in uno stato di abbandono e decadenza, mentre Afonso incontrerà una vecchia zia, che vive in un paesino sperduto tra le montagne.
Ingiustamente dimenticato, si tratta in realtà di uno dei film più importanti della storia del cinema, per un semplice motivo: è l'ultima interpretazione di Marcello Mastroianni. Il grande attore sarebbe morto poco dopo, e alla sua memoria il film è dedicato. Non c'è stato mai, nel cinema, genio più grande di Mastroianni. E vederlo in questo film, anziano, malato, giunto ormai alla fine della sua grande esperienza di uomo e di artista, commuove e fa riflettere. 
Manoel De Oliveira gli costruisce attorno un film proustiano, intessuto di ricordi, di riflessioni sulla vita, sulla memoria, sulla morte. Il suo Portogallo ancestrale, dimenticato dal mondo, diventa il "posto delle fragole" dove è custodito il senso dell'esistenza e dove ritornare prima di approdare alla meta finale. 
Il viaggio dei protagonisti si fa così metafora del tempo che consuma ogni cosa, della circolarità della vita ("il tempo che separa un altro tempo, che col tempo diventa presente"), del bisogno di ritrovare le proprie radici, un "principio", a cui aggrapparsi. 
Un road movie dell'anima, dove Mastroianni ci regala, umile, malinconico, la sua personale ricerca del tempo perduto: "Vivere a lungo è un dono di Dio" dice "ma ha un prezzo". E in una scena, quasi preannunciando la sua morte imminente, si aggira ansioso in un cimitero. Il suo sguardo, di intensità lancinante, contiene tutto: la precarietà dell'esistenza, il senso della fine. Immenso.



lunedì 11 febbraio 2013

(Non) Habemus Papam

Il Papa che abdica? Niente di nuovo sotto il sole per il cinema. Già nel 1986, un filmetto senza pretese e giustamente dimenticato, "Oddio ci siamo persi il Papa" di Robert Young, prospettava l'idea di una fuga per i pontefici in preda a una crisi spirituale. E che dire del recentissimo "Habemus Papam" di Nanni Moretti? Film profetico, non c'è che dire.
http://www.youtube.com/watch?v=KYd-RiE_egw

domenica 10 febbraio 2013

Les Misérables: la Parigi dell'Ottocento rivive in un musical sontuoso, destinato a fare incetta di Oscar

1815: il prigioniero Jean Valjean (Hugh Jackman), condannato ai lavori forzati per aver rubato un tozzo di pane, viene liberato dal carcere a seguito di un’amnistia. Riuscirà a rifarsi una vita e a ritrovare la propria dignità, fino a diventare sindaco di Montreuil Sur Mer, sotto falso nome. L’ispettore di polizia Javert (Russel Crowe), però, scoprirà la verità sull’uomo, che sarà costretto a fuggire. Nel frattempo, Valjean incontra sul suo cammino la povera Fantine (Anne Hathaway), giovane ragazza finita sulla via della prostituzione e del malaffare. Il sindaco decide di aiutare la donna, la salva da prigione e, poco prima della morte della fanciulla, le promette che si prenderà cura della figlia, la piccola Cosette. Valjean si mette dunque alla ricerca della bambina e, appena trovatala, la prende con sé, pur consapevole dei pericoli che correranno in futuro, costretti per sempre a nascondersi da Javert, ossessionato dalla ricerca dell’ex- galeotto. I destini di questi e altri personaggi si incroceranno con la Storia della Francia dalla Restaurazione all’insurrezione repubblicana del 1832.
Tom Hooper (“Il discorso del re”) porta sullo schermo il capolavoro di Victor Hugo, nella versione musical scritta nel 1980 da Claude-Michel Schönberg (musiche) e Alain Boublil (testi) e rappresentata ininterrottamente per oltre trent’anni nei teatri di Londra e di New York. 
Ritornano i personaggi del mito dell’eterno romanzo di Hugo: il “giusto” Valjean, l’integerrimo Javert, la sfortunata Fantine, la piccola Cosette, gli esecrabili Thenardier, l’eroico Gavroche.  Uno dei principali meriti del film di Hooper è proprio il suo carattere “corale”, mutuato dal romanzo ottocentesco: le masse diventano protagoniste, mentre la Storia non è ridotta a semplice contorno delle vicende dei protagonisti, come sovente accade in molti polpettoni hollywoodiani, ma assume un ruolo centrale e ciò conferisce al film lo spirito epico di una grande epopea popolare (memorabili le scene dell’insurrezione di Parigi, dei funerali di Lamarque e delle barricate). 
La confezione della pellicola è sontuosa, elegante, da grande kolossal hollywoodiano; ma il gusto visivo di Hooper è innegabilmente raffinato, e molto deve alla pittura e a riferimenti iconografici colti, in particolare alle illustrazioni di Émile-Antoine Bayard e di Gustave Brion. 
Cinema hollywoodiano d.o.c, con le sue lungaggini, i suoi stereotipi, le scene madri, le scenografie e i costumi che fanno sognare (nel magico mondo di Hollywood non esiste la crisi). Gli attori sono quasi tutti impeccabili, ad eccezione forse di un Russel Crowe ingessato e fuori luogo; Anne Hathaway, invece, ha già ipotecato l’Oscar.

Eddie Redmayne (Marius, il giovane innamorato di Cosette)
e Samantha Barks (la triste Eponine)  in una scena del film.

Anne Hathaway (Fantine)

La locandina del film

sabato 9 febbraio 2013

Moonrise Kingdom- Una fuga d'amore

Estate 1965. Su un'isola del New England due ragazzini, Suzy e Sam, incompresi da adulti e coetanei, si innamorano e decidono di organizzare una fuga, seguendo un antico sentiero tracciato dai nativi attraverso i boschi. Le famiglie e le autorità, tra cui lo sceriffo Sharp (Bruce Willis), si mettono alla loro ricerca, spaventati anche dalla possibilità che nel frattempo si manifesti una spaventosa tempesta. 
Deliziosa operetta di Wes Anderson, che mette il suo genio visivo al servizio di un racconto di grande delicatezza e poesia. Ritorna una tematica cara al regista, quella dei sogni rubati ad un’infanzia frustrata da adulti indifferenti e apatici, esattamente come avveniva per i prodigiosi bimbi Tenebaum dell’omonimo film. Le amare considerazioni del regista trovano espressione in un linguaggio surreale e fumettistico, dai colori pop e dalle atmosfere favolistiche e un po’ retrò. Si potrebbe intravvedere, nel caleidoscopico susseguirsi di invenzioni visive e narrative, il fantasma dell’esercizio di stile; ma anche se così fosse, lode al merito per l’abilità del regista nel suggestionare lo sguardo e il cuore dello spettatore. Cast stellare, come sempre nei film di Anderson: Bruce Willis, Edward Norton, Bill Murray, Tilda Swinton, Harvey Keitel.




martedì 5 febbraio 2013

"Lincoln" di Steven Spielberg: la noia fa capolino, ma la storia del 13° Emendamento merita attenzione

Gli ultimi mesi di vita di Abraham Lincoln: dalla battaglia per l’approvazione del 13° Emendamento (che sancì l’abolizione definitiva della schiavitù in America) all’assassinio del presidente americano al Ford's Theatre di Washington.
Spielberg racconta, con lo stile sobrio e rigoroso dei classici, il faticoso cammino di un popolo verso la democrazia e la libertà, tra sanguinose guerre fratricide e controversi intrighi politici.
È evidente il richiamo all’attualità che può assumere la rievocazione della difficile lotta contro la schiavitù dei neri in un Paese che negli ultimi anni ha eletto per due volte Obama presidente, ma l’attenzione verso le tematiche dell’intolleranza razziale e del riscatto del popolo di colore  caratterizza da sempre il cinema del regista (“Il colore viola”, “Amistad”). 
Il grande romanzo storico dell’autore di “Schindler’s List”, tuttavia, non è esente da un certo didascalismo e da una retorica di fondo che appesantisce il film, rendendolo a tratti noioso. Manca, inoltre, un vero approfondimento psicologico del personaggio, nonostante la magnifica interpretazione di Daniel Day- Lewis. 
Resta una interessante lezione di storia e di “buona politica”, che merita di essere guardata con attenzione soprattutto nel nostro Paese, considerando l’osceno ciarpame politico e mediatico a cui assistiamo quotidianamente.